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l'intervista

Lucetta Bizzi: «Io, diva della porta accanto»

Soprano di fama mondiale, vive a Trecasali: lì iniziò la carriera cantando sui tavolini del bar dei genitori

Lucetta Bizzi

Lucetta Bizzi

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Raccontarmi è difficile. Ho voluto fare la cantante, studiare ma è stata una scommessa. Nonostante la mia grande volontà, non credevo che tutto sarebbe andato così bene, così rapidamente. Col senno di poi, è stata una carriera bellissima ma faticosissima. Un'avventura intensa e sofferta». C'è una profonda differenza tra fare la diva e essere una diva. Ecco, Lucetta Bizzi è una diva. A volte suo malgrado, vien da dire ascoltandone il narrare sottovoce, con aristocratico, dolce riserbo. Acclamata interprete di Musetta (La Bohème) nei maggiori teatri del mondo, forte di un repertorio che va da Mozart a Massenet, da Verdi a Puccini, dal 2002 si è ritirata per scelta dalla carriera “militante”, divenendo una delle più quotate maestre di canto a livello internazionale (stabilmente insegna al Conservatorio Boito e all’Accademia di alto perfezionamento della Fondazione Festival Pucciniano, dove siede anche nel Cda). C'è un talento scritto nel Dna di questa signora bella e minuta, con gli occhi da cerbiatta, che ha cantato con Alfredo Kraus e Cesare Siepi, ha lavorato con registi che di nome fanno Franco Zeffirelli e Mauro Bolognini. Nel 1987 Luciano Damiani al Regio per «Orfeo e Euridice» di Glück la fece cantare appesa al lampadario.
Lucetta, lei è una signora, nel senso alto del termine. Sprigiona eleganza, esteriore e di pensiero, sensibilità, tenacia. Si riconosce in questo ritratto?
«Dell'eleganza mi imbarazza dire. Sono così, non ho mai cercato di costruire un personaggio. Mi fa piacere che mi venga riconosciuta ma non è voluta. La tenacia è indispensabile per lavorare. La sensibilità è determinante per cantare, è una qualità che accomuna tutti gli artisti. Io, in particolare, ne ho avuto tanta, forse troppa; ci ho anche sofferto»
L'altro aspetto che arriva subito agli occhi di chi guarda è la presenza costante di suo marito, Tony Cremonese, storico direttore di scena di importanti teatri e festival rinomati. La segue in maniera vera, con una luce speciale negli occhi...
«Che storia. Ci siamo conosciuti 30 anni fa, a Treviso, io avevo 27 anni, lui 18 in più. Avevo vinto il premio Toti Dal Monte, lui era direttore di palcoscenico. Non è stato affatto un colpo di fulmine. Tony era sposato, senza figli; io ero separata, con un bimbo piccolo. All'inizio furono grandi scontri sul lavoro. Poi è iniziata l'amicizia, le confidenze: abbiamo aperto i nostri cuori, mostrato le nostre ferite. Alla fine è arrivato l'amore, ma nulla era scontato. Tony è diventato un padre per Simone. Cinque mesi fa Simone e sua moglie Erica ci hanno regalato la gioia di essere nonni di Samuele. Sì, oggi posso dire che l'incontro con Tony è stato davvero una fortuna; mi ha dato forza, aiutato a vincere tante tensioni»
La scelta di non lasciare Trecasali è rivelatrice di un temperamento
«Sì, sono nata a San Polo ma la mia famiglia si è trasferita subito a Trecasali, dove gestiva un bar. Ho nitido il ricordo di me bambina, intenta a cantare sui tavolini. Lì sono ancorate le mie radici. Andavo in giro per il mondo e per ritrovare pace e tranquillità mi bastava tornare nella mia Bassa, aprire le finestre, godermi il verde e gli alberi. Nella mia casa suono (si esercita su due pianoforti, ndr) e canto, indisturbata»
Torniamo a quell'immagine della bambina che cantava sui tavoli del bar...
«Sono cresciuta nell'esercizio di mamma Milla e papà Abramo. Gianni, mio fratello, era più grande di nove anni. Io ero la piccolina, stavo lì e cantavo tutto, dai canti della chiesa ai canti degli alpini. Ma allora usava cantare, era un passatempo anche per la fatica del lavoro nei campi. Saper cantare era patrimonio popolare, innato. Fu una corista del Teatro Regio ad accorgersi della mia voce. Papà, che aveva studiato fisarmonica, mi portò da Wilma Colla, che da allora è sempre stata la mia unica maestra»
Poi è iniziato l'iter dei concorsi, via d'accesso a una carriera ultra ventennale dal debutto a Spoleto nel 1979 fino al 2002
«Curiosamente ho debuttato con “Lo frate 'Nnamorato” di Pergolesi che poi avrei rifatto negli anni '90 alla Scala diretta da Muti. Agli inizi degli anni 2000 Tony ha avuto un problema di salute. Mi è riaffiorato tutto il disagio degli anni trascorsi lontani dalla famiglia, dall'altro capo del mondo, senza cellulari e senza Internet. Ho portato a compimento i contratti che avevo firmato e ho detto basta. Ora faccio concerti per beneficenza o per diletto. Senza rimpianti».
Ha cantato tanto e spaziando nel repertorio. Non è usuale, specie in una donna anche per ragioni ormonali, una carriera tanto lunga.
«Penso di aver sempre scelto bene il repertorio: è stata la mia assicurazione sulla voce. I giovani adesso saltano da un repertorio all'altro, si trovano a dover fare delle scelte forzate, premature. Non è sempre colpa loro, talvolta devono accettare le richieste dei teatri, per poter lavorare. Poi ho sempre studiato con metodo ogni giorno, un'ora al mattino, un'ora e mezzo di spartito al pomeriggio. Ma è carattere, ripeto. Ho cantato tanto con Raina (Kabaivanska, ndr), lei era sempre serena. Se c'era un po' di vento, io avevo paura di uscire».
Lei ha lavorato con grandi direttori, Riccardo Muti l'abbiamo citato. Quali altri vuole ricordare?
«Muti è un grande maestro, una persona molto forte da cui ho imparato molto. Bruno Bartoletti è stato bacchetta pucciniana inarrivabile. E poi il nostro Angelo Campori: lavorare con lui era qualcosa di magico, sapeva tutto».

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