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L'INTERVISTA

Gaslini/Minardi. La musica totale

Si racconta senza rimpianti: «Il jazz è un albero che può dare sempre fiori nuovi»

Giorgio Gaslini

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Incontrare Giorgio Gaslini nella sua accogliente casa di Borgotaro, quattro cani (salvati dal canile) scodinzolanti che ti fanno festa sulla soglia, è occasione tanto piacevole per l’affabilità e la disponibilità dell’uomo quanto arduo può apparire l’avvio di un’intervista, per lo spessore delle più disparate esperienze musicali sedimentate dietro una vita straordinariamente operosa e che fanno di lui un personaggio unico, proprio per l’intreccio di situazioni che rendono complesso il cammino.
Da dove cominciare? Per rompere il ghiaccio la prima domanda che viene è «perché Borgotaro?». «Glielo spiego subito» dice Gaslini con quell’eloquio pacato e scorrevole, per nulla incrinato di vene nostalgiche, che poi è il tono con cui guida la lunga conversazione, il tono di un uomo che ha alle spalle un passato incredibile ma che, girata la boa degli ottant’anni, guarda al presente senza rimpianti, con quella felicità che traspare dalle sue più recenti composizioni, una fioritura davvero sorprendente, continuamente irrorata da idee. «A Milano alla fine degli anni sessanta non riuscivo più a lavorare; sentivo di aver bisogno di silenzio, di spazio. Cercavo anche un posto dove dar vita ad un laboratorio musicale. Senza esito la ricerca in Brianza, tramite un’inserzione sul ‘Corriere’, e con la conseguente intermediazione di un personaggio del posto che scoprii poi essere il fisarmonicista della vallata, rimasi conquistato da una singolare costruzione, nella zona di Gorro; si trattava dei resti di un monastero del cinquecento, un monastero povero, costruito dai frati con materiali d’occasione. Disponevo di una certa cifra, frutto di quattro concerti che avevo tenuto alla Piccola Scala e decisi di investire quei soldi in quell’impresa; che gestii da solo, senza architetto: uno spazio di 30.000 metri, venti locali, addirittura un teatrino di cinquanta posti, quanti erano gli abitanti di Gorro».
Per venticinque anni Gaslini ha vissuto in quello straordinario “retiro” dove ha avuto ospiti illustri, da Max Roach a Ornette Coleman, partecipi di favolose sedute di improvvisazioni. Poi il mutamento di situazioni ambientali che ha toccato tutta la nostra montagna indussero Gaslini a cedere quel luogo di sogno per scendere a Borgotaro, nella deliziosa villetta liberty anni trenta in cui, insieme alla moglie, l’attrice Simona Caucia, ha ridisegnato il luogo della sua vita, con quell’ordine riconoscibile nella nitidezza degli spazi, dove libri, dischi, partiture scandiscono il senso di un universo intensamente fervido. Da Borgotaro passiamo a Parma, al ricordo della rappresentazione al Regio, nel 1968, della sua opera «Un quarto di vita». Gaslini ne parla con rinnovato entusiasmo, nonostante le difficoltà che accompagnarono quella realizzazione: Luciano Damiani, grande scenografo ma che non aveva esperienza di regìa, i due maestri sostituti subito svaniti: «Mi sono trovato solo, senza assistenti, dodici ore al giorno al pianoforte, il protagonista Duilio Del Prete che si ammala, Milly che non viene, sostituita dalla pur brava Daisy Lumini; l’unica persona che mi ha sostenuto è stato il maestro Egaddi col suo coro. La ‘Gazzetta’ sparò nel titolo ‘Gaslini tra i contestatori’, ma non c’era niente in questa storia che raccontava le vicende della gioventù di allora, quella metropolitana di cui avevo registrato tanti aspetti, colto il malessere di quei giovani. Era il primo esempio di opera popolare, con arie, brani sinfonici, recitativi; oltre alla musica avevo scritto io il soggetto, il libretto, raccontando la vicenda di un cronista cui la direttrice del giornale aveva commissionato di scrivere un articolo contro questi giovani, ma il giornalista capisce che hanno ragione e scrive un ‘reportage a contrario’, dichiarando di non vendersi ma di cercare la verità, resa drammatica dalla morte di un giovane. Insomma una storia che ha fatto incavolare tutti !». Dopo una rappresentazione pomeridiana riservata ai giovani, che fu un successo, l’opera affrontò il pubblico delle prime, con applausi dopo il primo atto poi freddezza e contrasti. Si trattava di un esperimento nuovo verso cui Gaslini conserva la propria convinzione: «l’opera era in anticipo di vent’anni» dice.
E il Gaslini di oggi? E’ l’approdo di un lungo percorso che aveva trovato avvio negli anni cinquanta con l’esperienza del “piano solo” , formula inedita verso la quale lo aveva incoraggiato il grande Oscar Peterson: una lunga arcata costellata di successi, tournées in ottanta paesi, tutta l’Asia, l’America, il Metropolitan, Chicago, il festival di New Orleans; poi Mosca, la Cina, ogni tappa segnata anche da curiosi episodi che Gaslini ama rievocare con divertita sagacia, come la presenza di quel grosso texano che dopo il successo al Metropolitan, mettendogli confidenzialmente la robusta mano sulla spalla ( “Oh, George…”) gli propone di stipendiarlo per quattro anni… Episodi toccanti anche, come quello legato alla sua tournée in Birmania quando a Rangoon, affascinato, tra la confusione di un party all’Ambasciata, dalla sottile poesia di un’arpa birmana toccata da una giovane suonatrice decide di farla ascoltare in Italia superando, con la sua determinazione, tutti gli ostacoli: poiché, gli dicono le autorità locali, dalla Birmania le donne possono uscire dal paese solo sposandosi oppure venendo ingaggiate come cuoche, ecco che Gaslini, con la complicità di un amico milanese gestore di un noto locale riesce a far assumere la fanciulla, la quale invece susciterà straordinario successo in alcune prestigiose sale da concerto; non meno avventuroso il trasferimento dello strumento, quell’arpa birmana che Gaslini conserva gelosamente nel suo studio. Da quell’esperienza è nato uno dei brani più suggestivi, quella «Myanmar Suite» in cui si riverberano gli echi raffinati di quella cultura orientale che è una delle tante componenti che confluiscono entro il magico crogiolo del compositore; nel segno di quella libertà che possiamo riconoscere come la cifra più autentica e più originale del nostro musicista, su un fondale di esperienze sconfinato. Tra queste il jazz, naturalmente, ma sganciato da ogni formula: «un linguaggio quello del jazz che è un albero dalle tante radici che può dare fiori nuovi e stupefacenti. Io suonavo la mia musica» commenta Gaslini, riportando così il nostro discorso a quell’idea di «musica totale» che aveva evocato già negli anni cinquanta e che si poi definirà in un volume, «Musica totale» appunto, concetto che non sfuggì allo scetticismo di chi viaggiava lungo altri percorsi, quando le strade del comporre sembravano recisamente separate da un muro: quel muro che è una presenza ricorrente, quasi un emblema, nelle estrose divagazioni pittoriche di Gaslini, simbolo di tante chiusure e stimolo per la sua creatività. Gaslini in effetti quelle strade separate la aveva percorse in quegli anni caldi che vedevano protagonisti giovani ardimentosamente intraprendenti come Berio, Nono, Boulez, Stockhausen, Maderna, con alcuni dei quali, Berio, Canino, Fellegara, Castiglioni e pure con Claudio Abbado, aveva diviso gli anni di studio, ma con altro spirito. «Avevo scelto di non andare a Darmstadt – dice- perché sentivo l’esigenza di non venir chiuso entro reticolati», sospinto da quella naturale vocazione, da quell’irrefrenabile estro che lo avrebbe portato a esiti di rara freschezza, quelli che possiamo osservare oggi, arricchiti da una felice creatività dove tutte le strade percorse sembrano impalpabilmente fondersi, senza sfridi e senza furbesca ambiguità . Concorda con me sull’ambivalenza del termine “contaminazione”, una specie di “passe par tout” con cui si continuano a giustificare tante offerte improprie: «Convergenza piuttosto», propone, precisazione che ci consente di mettere a fuoco un profilo più aderente di Gaslini, pensando come la pur dominante esperienza jazzistica sia andata sublimandosi, insieme alle tante altre che hanno lo impegnato, da quelle del cinema (le colonne sonore per Antonioni), alla danza, mai disgiunte da un confronto con la realtà nella tante sfaccettature esistenziali; in uno stile che, come è stato felicemente sintetizzato, è «al di sopra di qualsiasi riserva critica». Insomma, sembra di poter riconoscere, quasi come risarcimento di certe occhiate superciliose, come il senso di quella «musica totale» abbia trovato nell’ultima produzione del nostro compositore un autentico riscatto. Totalità che si libera da quella musica felice, inventiva, che Gaslini va distillando con mano ferma sui pentagrammi ordinati sul suo candido tavolo di lavoro. Musiche che nascono dall’incanto della natura, osservata nella sua più delicata presenza, come in quella deliziosa, poetica raccolta pianistica dei «Fiori», vero e proprio erbario musicale, ma anche dalla stupefazione di fronte all’immanenza del paesaggio, quell’ ampio fiato del Gange che si prolunga nell’avvincente «Largo» per orchestra; ma poi vi sono le sollecitazioni della pittura, i provocanti ‘décollages’ di Rotella come le più inquietanti, misteriose operazioni di Beuys; senza trascurare il gioco, quello stimolo ludico che può offrirgli un carillon (non aveva del resto il battito del metronomo di Mälzel suggerito a Beethoven l’ “Allegretto scherzoso” dell’Ottava sinfonia? ) o venir suggerito dal fascino combinatorio delle carte da gioco, da lui stesso dipinte; senza trascurare, ovviamente, lo stimolo, quello che ha sempre agito su tanti musicisti, da Vivaldi, a Mozart, a Brahms, a Stravinsky, innescato dai caratteri di un particolare strumento, come il flauto, il clarinetto, per i quali sono nati fragranti Concerti, ma anche strumenti meno consueti, come, appunto, la seducente arpa birmana. Uno spettro amplissimo, davvero ‘totale’, in cui si decantano, come ha annotato Quirino Principe, non solo «l’incantesimo e l’estasi» ma pure «l’ironia e il divertimento», a dire della ricchezza di un ritratto.

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