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Lettera aperta

Per il Coro del Regio solo un'opera e un concerto: «E il nostro futuro?»

Appello alla giunta e a tutta la città: «Si sta distruggendo un grande patrimonio». «Crediamo che di Verdi si possa vivere e far vivere meglio tutto il territorio»

Per il Coro del Regio solo un'opera e un concerto: «E il nostro futuro?»
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Solo un’opera, «La forza del destino», e un concerto con Michele Pertusi: è quanto il Coro del Teatro Regio è chiamato a cantare nel corso del Festival Verdi 2014. Si tratta di una ventina di giorni lavorativi circa su un mese e mezzo di Festival (considerando prove e recite): non molto per chi ha fatto del canto la propria carriera. E' per questo che il Coro del Regio ha deciso di mandare una lettera aperta alla «Gazzetta di Parma» per chiedere alle amministrazioni e alla città qual è il futuro che si prospetta per loro.
La lettera, intitolata «Di Verdi si vive o si muore?» (titolo che cita con un pizzico d’ironia il film di Martinelli «Di Verdi si muore») è stata sottoposta ai due cda della Cooperativa Artisti del Coro di Parma e Cooperativa Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia (che unite in A.T.I. formano il Coro stesso) e approvata a maggioranza: «Era ancora l’altro secolo, quando un gruppo di grandi appassionati di musica ha costituito il primo nucleo delle cooperative che animano il Coro del Teatro Regio di Parma. Erano altri tempi, la musica era una passione che spesso si accostava ad altri impegni, bastava un grande cuore e tanta buona volontà per ottenere risultati memorabili. Poi, con il nuovo secolo, c’è bisogno di altro: di professionisti, di un nuovo atteggiamento mentale. Il gruppo cambia, cambiano i maestri, si crea un nuovo tessuto musicale, fatto di grandissimo impegno, studio, sacrificio. Ci si rimette in gioco, si studia, si fanno audizioni e il nuovo gruppo comincia a crescere bene. Cresce tanto da essere considerato un coro al pari di quelli degli ex-Enti, quelli pagati tutto l’anno solo per cantare, per intenderci... ma qui la realtà è diversa, si è pagati a giornata: fare i mille euro al mese non è facile e, quando il teatro è fermo, si è disoccupati. Ma si fa musica a un livello così alto, che ne vale la pena. Vale la pena di guadagnare meno, ma sentirsi appagati. Vale la pena di adattarsi ad abitare dove capita, durante la stagione, per chi viene da lontano; vale la pena farsi tanti chilometri tutti i giorni, se non ci si può trasferire; vale la pena di investire su questa città, perché la musica corale come si fa qui è un’altra cosa. Arrivano le buone critiche, i premi, le soddisfazioni, ci si sente importanti perché si porta avanti questo patrimonio immenso che è la verdianità. Più importante di tutti, arriva l’affetto della gente. Poi le cose cominciano a cambiare. Un colpo di mano deciso nelle stanze dei bottoni cancella la stagione sinfonico-corale, le spese del teatro lievitano e i conti cominciano a non tornare più. Il coro lavora sempre meno e le cooperative iniziano ad anticipare i soldi ai lavoratori con i loro fondi, perché il teatro non paga, ma la gente deve mangiare. Così per anni: bisogna essere sempre i migliori, salvare faccia e onore, lavorando sempre meno, e diventando quasi finanziatori del teatro. E sì che di soldi a Parma, in quegli anni, ne sono arrivati, e tanti. Ma si resiste, si continua a studiare. Poi un altro cambio: cambia amministrazione, cambiano i vertici del teatro, pare che ci sarà da faticare ma che la luce in fondo al tunnel si veda. Tocca fare Aida in cinquanta e poco più? Pazienza. Tocca metter su le opere in quattro giorni? Va bene lo stesso. Tocca sentirsi dire da istituzioni storiche della città, che prima chiamavano sempre il tuo coro, che anche se la nostra qualità è indubbia, la gente non capisce niente e ci sono cori che vengono da fuori e costano meno. Ma è proprio vero che la gente non capisce? Nonostante un appalto vinto, l’11 luglio 2013, nonostante pubblici riconoscimenti di stima da parte della dirigenza del Teatro Regio (Carlo Fontana, nel 2013, scriveva: “A conclusione dell’edizione del bicentenario verdiano, che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica [...], desidero esprimere il mio più vivo ringraziamento per la qualità artistica della prestazione della Cooperativa Artisti del Coro di Parma - ATI con la Cooperativa C.Merulo di Reggio Emilia”) sembra che la direzione sia lo smantellamento. Il Festival Verdi 2014 è senza ossigeno, i finanziamenti tardano ad arrivare (se mai arriveranno) e si decide di far tornare i conti coinvolgendo enti lirici invitati con produzioni preconfezionate: pare costino meno. Vogliamo resistere anche stavolta, ma siamo vicini al limite. Abbiamo bisogno di sapere dove stiamo andando e cosa vuole la città da questo Coro e da questo Teatro. Deve diventare un teatro di provincia, uno scatolone vuoto dove far transitare cose venute da fuori, che soddisfino la necessità di varietà, perché coltivare solo Verdi e l’opera è noioso? Deve diventare un palco per musical, recital pop, ospitate varie? Mettiamo il megaschermo per vedere le partite, come a Napoli? Smantelliamo il Coro, i laboratori di scenotecnica, la sartoria e tutti i reparti reputati a ragione fra i migliori d’Italia? Oppure questo teatro è un patrimonio dell’umanità intera che deve diventare un riferimento internazionale per quanto riguarda Verdi e l’opera? Sembra non ci si renda conto che, mentre ci vogliono anni a costituire una squadra di lavoro rodata ed efficiente, basta pochissimo tempo per distruggerla. Crediamo siano domande da porre all’assessore alla cultura Laura Ferraris, al sindaco Federico Pizzarotti, agli amministratori regionali e nazionali, ma anche alla gente. A loro chiediamo quali destinazioni sono state riservate al Coro del Teatro Regio? Il progetto di sventramento dei Teatri, partendo da quelli di tradizione, è un’idea abbracciata anche qui a Parma? Il nostro Coro è avvilito e vorrebbe sapere a quale futuro si sta avviando. Giuseppe Verdi ebbe il geniale intuito di creare il personaggio Coro, che rappresentava il Popolo. Ci sentiamo perciò di dare suono, con queste nostre parole, non soltanto alle nostre ansie ma di rappresentare anche quelle di tutti coloro che dietro le quinte, negli uffici, nei laboratori, nei conservatori, credono che di Verdi e di opera si possa vivere, e far vivere meglio tutto un territorio».

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