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Patti Smith: «Adoro Verdi»

Patti Smith: «Adoro Verdi»
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di Francesco MonacoPierangelo Pettenati
Patti Smith, la «sacerdotessa» del rock nata col punk arriva (finalmente) nella città del Teatro Regio, tempio della musica lirica. Il suo concerto si terrà martedì alle 21.30, in Pilotta, per la rassegna «Sotto il cielo di Parma». Info: Arci Caos 0521-706214. 
Signora Smith, viene tutti gli anni in Italia e ama l’opera (Puccini in particolare): che effetto le farà esibirsi nella patria di Giuseppe Verdi?
Non conosco Parma, ma in effetti adoro tutta l’opera italiana, con un occhio di attenzione per Verdi e per le sue grandi interpreti, infatti trovo che la voce di soprano e contralto abbiano un grande fascino. E’ un onore per me e sarà una grande gioia. Spero anche di avere tempo per passeggiare un po' e conoscere meglio questa città.
Come mai un tour acustico, solo con Lenny Kaye e sua figlia Jesse?
E' da qualche anno che sento sempre di più l’esigenza di sperimentare il mio repertorio con formazioni nuove, mischiando affetti e collaboratori in combinazioni inedite, come in questo caso, in cui al fianco di un mio amico e collaboratore storico c'è mia figlia, un talento giovane nel quale credo molto. Li considero esperimenti sonori ed emotivi perché nel live cambiare l’energia emotiva del palco è importante.
Lei è anche apprezzata poetessa: un giorno la rivedremo a Parma al Festival della Poesia?
Perché no, ne sarei molto onorata.
Il suo compianto marito Fred era un musicista rock, sua figlia Jesse suona il piano con lei, suo figlio Jackson è chitarrista e ha appena sposato Meg White dei White Stripes: la musica per voi è un autentico «affare di famiglia»?
Direi una vocazione di famiglia e una grande passione irrinunciabile. Il leit motiv della mia vita attraverso le tante altre esperienze di creatività artistica che ho cercato di percorrere. Nessuna ha mai prevaricato del tutto la musica.
Qualche anno fa la sua etichetta ha celebrato i 30 anni di «Horses»: come ricorda quel periodo? Molte rockstar con il tempo sono cambiate rispetto ai loro «furori giovanili» e guardano al loro passato con occhi diversi. E’ il suo caso?
Sono passati 30 anni e ovviamente molte esperienze, belle e brutte, mi hanno cambiata, ma sono una donna in salute, ringraziando il cielo, e ho tanta energia, tanta curiosità e tanto entusiasmo per il futuro e la vita, quindi non mi sento meno energica e meno desiderosa di futuro di quanto lo fossi allora. Guardo indietro con piacere alle gioie, ai dolori e anche agli errori e ingenuità della mia generazione, ma amo anche infinitamente il presente e i giovani. Diciamo che amo il mio passato senza nostalgia.
Il suo ultimo album, «Twelve», è un disco di cover. C'entra una crisi di ispirazione o erano canzoni che intendeva fare sue?
 Non penso che si possa parlare di crisi di ispirazione ma di voler rileggere in modo personale canzoni che hanno avuto un peso nella propria vita artistica o semplicemente personale. E’ anche un modo per sperimentare la propria voce, la propria interpretazione di testi altrui.
Tra queste c'era anche una cover di «Smells like teen spirit» dei Nirvana. Pensa che Kurt Cobain sia stato l’ultimo vero ribelle del rock? E nel 2009 invece ha ancora senso parlare di ribellione a proposito della musica rock?
La ribellione è nell’aria, è nei giovani, è nella rete, è in luoghi nuovi e meno visibili rispetto ai modi della nostra generazione che usava la piazza. Ora la piazza non è più fisica, ma le nuove generazioni non sono appiattite, sono reattive, io non condivido questo senso di negatività verso l’attitudine al cambiamento delle nuove generazioni o della gente in generale. Nel fondo noi, negli Usa, dopo anni tetri e desolanti che sembravano non dover finire mai, una rivoluzione l’abbiamo appena fatta e ci siamo liberati di questi ultimi anni così pesanti, soffocanti.
Per qualche tempo, qui in Italia, il suo inno «People have the power» è stato utilizzato per lo spot di una grande azienda del settore energetico. Ne era al corrente? Non è un controsenso che una canzone con quel messaggio diventi un jingle?
No, non credo che sia un controsenso. Ovviamente prima di autorizzarne l’uso ho controllato che si trattasse di un’azienda pulita e senza macchie etiche. Poi, una volta stabilito che non regalavo nulla a dei malfattori, ho deciso di accettare perché comunque io non sono mai stata né sarò mai la rockstar miliardaria, che vive al di sopra di tutti. Io sono una persona fortunata che riesce a vivere della sua arte, ma con la mia arte ho dovuto pagare i conti, gli studi ai miei figli, garantire loro un futuro, da sola dopo la morte di mio marito e con fatica nei lunghi anni di ritiro dalle scene, in cui sembrava che nessuno più si ricordasse di me. L’unico vero privilegio che ho avuto nella vita è di trasformare la mia arte in un lavoro e di poter vivere di quella, nulla di più. Ne sono molto grata, tutti i giorni, ma devo anche ricordarmi che l’arte non mi mette al di sopra delle rette universitarie dei miei figli. Non credo poi che un jingle in sé sia cosa così cattiva, sarebbe anche ipocrita fingere di vivere senza dipendere dalle logiche di mercato. Il mercato esiste, si tratta solo di usarlo in modo etico e civile. Ignorarlo non servirebbe comunque a nulla.

 

 

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