MOSTRA DEL CINEMA

Venezia71 fa sul serio e punta sulla qualità

Venti i film in concorso, tre di registi italiani: Martone, Costanzo e Munzi. Attesa per «Pasolini» di Abel Ferrara

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C’è Leopardi, ma da ragazzo, Pasolini secondo Ferrara e Al Pacino romantico ex galeotto. E poi, ai supplementari, fuori dalla selezione ufficiale, anche un documentario su Leo Messi, il piccolo fenomeno uscito a testa bassa davanti alla Merkel qualche sera fa... Di film ne hanno visti 1.600, roba che a proiettarne uno al giorno ci metti più di 4 anni. Ma alla fine ne sono rimasti «solo» 55: una playlist di prime mondiali che vogliono rivendicare per il cinema un ruolo urgente e necessario.
Venezia svela le carte: la Mostra si presenta e più che sui nomi (che pure ci sono) e sulle star, punta lancia in resta sulla qualità, parola abusata ma che qui, nella laguna (più grigia che blu) del grande schermo, ha ancora senso usare.
Venti film in concorso, di cui tre italiani: quelli che già si aspettavano tutti. Ossia «Il giovane favoloso» di Martone, quotatissimo biopic sul geniale e solitario poeta di Recanati, «Hungry hearts» di Saverio Costanzo (che torna alla Mostra dopo l’accoglienza non facile de «La solitudine dei numeri primi») e «Anime nere» dell’outsider Francesco Munzi, regista di pochi film ma belli (da «Saimir», che presentò anche all’arena estiva dell’Astra a «Il resto della notte»).
E gli altri? Senza Malick, Fincher e Woody Allen (ma di quest’ultimo la critica Usa non parla un granché bene) che forse hanno preferito prendere altre strade, e priva delle nuove attesissime pellicole di Burton e Nolan, che non sembrano ancora pronte, Venezia 71, lasciato l’onore-onere del calcio di inizio al bravissimo Inarritu, oltre a un film portatore sano di polemiche come «Pasolini» di Abel Ferrara (con Dafoe e Scamarcio, ma anche Ninetto Davoli), mette sul piatto autori amati dai cinephiles come il turco di Germania Fatih Akin (che con «The cut», strappato a Cannes, chiude la trilogia iniziata con «La sposa turca» e proseguita con lo splendido «Ai confini del paradiso») o l’iraniano d’America Ramin Baharani - che porta in Laguna l’ultimo Spider-man, Andrew Garfield -, ma anche il francese Beauvois (è quello di «Uomini di Dio») e il veterano Konchalovsky. Dagli Usa, che sembrano guardare più favorevolmente alla più vicina (e meno costosa) Toronto, arriva però «Manglehorn» di David Gordon Green, che dirige Al Pacino e Holly Hunter e «Good kill», war movie familiare in cui Andrew Niccol racconta la guerra-videogioco dei droni, seguendo le orme di uno stressatissimo ex pilota interpretato da Ethan Hawke.
Se poi, tra le altre proposte, gli amanti del cinema orientale esulteranno per la presenza di Tsukamoto, scomodo eroe del cyberpunk, dopo la vittoria a sorpresa, l’anno scorso, di «Sacro Gra», non poteva mancare in gara un documentario: si tratta di «The look of silence», del texano Joshua Oppenheimer già candidato all’Oscar per «The act of killing».
Possibili sorprese? Tante, con «Loin des hommes» di David Oelhoffen ambientato durante la guerra di Algeria in pole position.
Una Mostra, quella di Venezia, che, almeno sulla carta, premia la «generazione di mezzo» (quella dei 40-50enni), inseguendo (sin dalla scelta dei leoni d’oro alla carriera e del presidente della giuria, il musicista Alexandre Desplat) una vocazione artigiana, lontana dall’effimero e da lustrini che poco si addicono a questi tempi di crisi e più vicina al cuore dell’appassionato (o cinemaniaco) piuttosto che a quello dell’esercente. Anche perché, è lo stesso direttore Barbera, a dirlo «i festival rimangono uno dei pochi luoghi in cui la logica del profitto non costituisce l’elemento dominante». Isole anche mentali dove si può provare a «percepire l’invisibile». E allora, la vera missione è uscire dal seminato, cercare percorsi alternativi, trovare nella diversità un arricchimento. Un obiettivo che Venezia 71 insegue anche con una nutrita serie di film fuori concorso, dove trovare ad esempio gli ultimi titoli di Joe Dante e James Franco, ma anche la corrosiva Sabina Guzzanti che indaga sul rapporto Stato/mafia. E poi calibri non piccoli come Levinson (ancora con Al Pacino, che rischia di diventare il vero mattatore della Mostra) e Cholodenko, passando per Salvatores che racconta l’Italia in un giorno e le scene tagliate dell’ultimo von Trier. Ad «Orizzonti» poi il permesso di stupire mentre a «Venezia classici» ecco che il cinema racconta se stesso, in 8 documentari di cui uno (ne parliamo nella pagina qui a fianco) made in Parma. Una Mostra che si fa forte anche delle sezioni che non le appartengono direttamente: come le «Giornate degli autori», veri competitor che schierano Kim Ki-duk e Cantet o la Settimana della critica dove sulla terra rossa del tennis arriva un film prodotto dai Dardenne. Il match comincia tra poco più (si parte il 27 agosto) di un mese: e Venezia non ha nessuna intenzione di tirarsi indietro.

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