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MUSICA

Campori vitalità del suono

Il direttore d'orchestra scomparso un anno fa seppe suscitare l'entusiasmo di Bernstein e Delman In lui non c'era mai sfrenatezza ma slancio luminoso con cui incarnare una più intrinseca nozione di stile

 Angelo Campori

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L’iniziativa di ricordare Angelo Campori ad un anno dalla scomparsa intrapresa da un gruppo di musicisti del nostro Conservatorio, dando vita ad un significativo appuntamento che avrà luogo al Teatro Regio martedì alle ore 20, rappresenta ben più di un affettuoso atto dovuto nei confronti di un maestro da cui essi hanno ricevuto un esempio che ha lasciato tracce profonde nella loro formazione, ma si allarga alla riattivazione di una memoria assai più penetrante per chi abbia avuto modo di beneficiare dei doni offerti da uno straordinario interprete. Talento è una parola spesso sfuggente, troppo generica per riassumere il senso di una personalità come quella di Campori, più complessa di quanto il vitalismo emanato dalla sua bacchetta lasciasse intendere, persino rischiosa se non si percepisse la sottile incandescenza e l’acutezza di intuito sottese a quel suo modo di vivere la musica, di tradurre in impalpabile realtà sonora i messaggi racchiusi nel pentagramma, ogni volta rinnovati con quella stupefazione che nasceva dalla consapevolezza che quei segni, rispondenti ad una precisa intenzione di chi li aveva concepiti, richiedevano sempre una nuova vita. Chi ha seguito l’intenso cammino di Campori, quello teatrale come quello sinfonico, non potrà dimenticare proprio quella sua capacità di far vivere ogni lettura come se fosse la prima volta, rinnovando le ragioni insite nella trama compositiva, soprattutto cogliendone il respiro interno, con quella felicità che rispondeva sempre all’essenza del discorso; per dire come quel suo vitalismo non era mai sfrenatezza ma slancio luminoso, capace di decantare il senso più nobile, intimamente umano con cui incarnare, mai freddamente, una più intrinseca nozione di stile. Non è senza significato che Campori avesse suscitato l’entusiasmo di un direttore come Vladimir Delman, il quale al primo ascolto ne rimase affascinato, forse per una segreta corrispondenza, comprendendo come quella eloquenza così scorrevole nascesse da un’idea, da un nucleo emozionale che diramava la propria forza lungo l’intero traliccio della partitura, illuminandone ogni sezione, attivandone ogni singola nota, in modo da considerare parlante il linguaggio della musica. Per non dire della stima affettuosa manifestatagli da Leonard Bernstein che certamente per Campori ha rappresentato un punto di riferimento insottraibile; un rapporto quello con il mitico «Lenny» nato da una circostanza occasionale risultata determinante nel segnare il suo ingresso nell’arduo dominio della direzione d’orchestra. Campori era nato infatti pianista, formatosi alla scuola di Mario Conter, bresciano come lui, illuminata dal prestigio di Benedetti Michelangeli. Conobbi, appunto, Angelo Campori sul finire degli anni sessanta, quando insegnava pianoforte presso il nostro Conservatorio. Un pianismo avvincente il suo, per la naturalezza del tratto, sospinto da una musicalità che si capiva come non si arrestasse di fronte al puro compiacimento della tastiera, che pur possedeva con grande sicurezza. Dal nostro incontro nacque l’occasione di un concerto al Regio, nel dicembre del 1970, concepito in parte come un omaggio alla nostra città, alla nostra storia musicale, a Maria Luigia in particolare nella cui preziosa biblioteca trovammo due composizioni rimaste fino ad allora silenziose, una Sonata di Paër – maestro della nostra duchessa negli anni parigini – e una Sonata di Lauska, musicista boemo cresciuto nell’area viennese, anch’esso familiare alla giovane Maria Luigia, e ancora una pagina di Czerny, un «Allegro appassionato» la cui aperta cantabilità sollecitò con particolare adesione la sensibilità di Campori; per passare poi a Brahms, a Ravel, a Bartok . Fu quella l’ultima esibizione pubblica di Campori come pianista – anche se naturalmente il pianoforte rimarrà sempre un compagno fedele, terreno per esecuzioni private indimenticabili – in quanto il demone della direzione d’orchestra fece la sua apparizione improvvisa, inevitabile. Lo aveva intuito Guido Turchi, allora direttore del nostro Conservatorio che nel suo ruolo di consulente artistico della RAI volle affidare a Campori l’incarico di assistente a Wolfgang Sawallisch nella produzione romana di «Parsifal»; esperienza oltremodo importante per l’altezza del cimento quanto per l’autorevolezza del maestro che troverà conferma, sempre tramite Turchi, nel successivo incontro con Bernstein impegnato a Roma nella realizzazione di «Fidelio» . Fu per Campori un vero colpo di fulmine per l’intesa subito stabilitasi con il grande direttore; quanto Bernstein avesse colto le straordinarie qualità di quell’occasionale assistente ho potuto constatarlo molti anni dopo quando incontrandolo in occasione dell’unica sua apparizione salisburghese - evento allora clamoroso quel suo ingresso nel regno di Karajan - per portargli i saluti di Campori, lo vidi illuminarsi di gioia nel ricordare quell’ormai lontana collaborazione romana e nel rinnovare la felicità di un rapporto, quasi paterno.

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