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«Videocracy», prove in corso?

«Videocracy», prove in corso?
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di Elisabetta Stefanelli

Dal topless delle coloratissime  vallette di Umberto Smaila fino a Silvio Berlusconi sugli spalti  della sfilata del 2 giugno: sono le immagini del trailer di «Videocracy» bocciato sia dalla Rai che da Mediaset con forte e inevitabile coda polemica.  Immagini provocatorie accompagnate da alcune frasi («30 anni fa  in Italia un piccolo esperimento televisivo avviò una  rivoluzione culturale»), che hanno suscitato la reazione  negativa delle due emittenti - da cui la decisione di non mandare in onda il trailer - e la rivolta del centrosinistra.

 La  denuncia è partita ieri dalle pagine de «La Repubblica» dove il  produttore Domenico Procacci della Fandango, ha reso pubblico il  no delle tv alla messa in onda dello spot del docu-film di Erik Gandini, regista italiano residente da 20 anni in Svezia, che uscirà al cinema dal 4 settembre (in 40 copie) ed è in cartellone come evento alla Mostra di Venezia. La pellicola racconta gli ultimi 30 anni dell'Italia «filtrati» attraverso l'occhio della tv commerciale, tra Lele Mora, Fabrizio Corona e «veline» assortite.
Per il segretario del Pd, Dario Franceschini è «un’altra  prova di come si stiano restringendo gli spazi della libertà di  informazione in Italia» e in risposta pubblica il video incriminato sul proprio sito internet. «Bisogna allora reagire all’assuefazione - aggiunge -  In questo Paese la battaglia per la libertà  di informazione non riguarda nè solo il Partito democratico nè  solo l’opposizione, ma riguarda tutti quelli che hanno a cuore  un Paese libero». Dal Pd parla anche Pierluigi Bersani ed usa  l'ironia: «Sostengono che non si può trasmettere il trailer di  Videocracy per motivi di par condicio. Forse che per 'Ombre Rosse'  chiesero la replica agli indiani?».

 Anche il  presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale, vede una stretta connessione tra  la censura a «Videocracy» e la libertà d’informazione: «La  vergognosa decisione di Rai e Mediaset di non mandare in onda  gli spot è la conferma più clamorosa di come in Italia sia  ormai in vigore la videocrazia». Per questo è convinto della  necessità di una «grande iniziativa di protesta» perchè è  una «una gigantesca questione di libertà».
 Una reazione è arrivata subito dal cda di viale Mazzini, dove Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo, consiglieri Rai di minoranza, giudicano duramente la decisione. Per Rizzo Nervo  «la censura dello spot di Videocracy dimostra con chiarezza che  sulla Rai vi è un preciso disegno di controllo e di  annullamento delle libertà editoriali».

 A prendere la decisione di non mandare in onda lo spot del film-documentario è stato l’Ufficio legale, come ha spiegato in serata una nota della Rai, motivando la doppia bocciatura:  da una parte si tratterebbe di un trailer non conforme al  principio del contraddittorio - anche se in periodo non  elettorale - dall’altra non rispetterebbe le convinzioni morali,  civili e politiche dei cittadini. La Rai comunque si è resa  disponibile ad ospitare altri spot «nell’ipotesi in cui la  società produttrice avesse assicurato il rispetto dei principi  essenziali del contraddittorio e del pluralismo informativo».
 Per quanto riguarda invece Mediaset il no è arrivato perchè  Publitalia ha giudicato lo spot lesivo delle prerogative della  tv commerciale e quindi editorialmente non compatibile con la  trasmissione.
 

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