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Rosanna Valesi, una vita da prima arpa

La musicista, al traguardo della pensione, racconta i suoi 42 anni divisi tra la Toscanini e la Scala

Rosanna Valesi,  una vita da prima arpa
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Quarantadue anni in orchestra, di cui tre in quella del Teatro della Scala di Milano e trentanove co-
me prima arpa della Fondazione Arturo Toscanini. In tutto questo tempo ha conservato l’entusiasmo e la semplicità del primo giorno: sarà anche per questo che, all’arrivo della pensione, Rosanna Valesi è stata salutata dai suoi colleghi con affetto e commozione (anche se nella Filarmonica Toscanini, suonerà ancora in una data). Lavoratrice assidua, sempre preparata, l’arpista racconta qualcosa di questi quarantadue anni di musica.

Come si è avvicinata alla musica?
«Ho iniziato a studiare a sette anni, grazie a mio padre che era operaio ma suonava anche la batteria. Il mio primo approccio con l’arpa è stato a undici anni: mi sono innamorata subito di questo strumento dorato e con le corde colorate».

La sua prima esperienza di lavoro in orchestra?
«A 18 anni, mentre ancora studiavo in conservatorio, ho avuto l’opportunità di suonare la Tetralogia di Wagner alla Scala di Milano: è stata un’emozione incredibile, perché per una studentessa di arpa poter suonare in un teatro così importante è quasi impossibile. Per tre anni ho alternato lo studio e il lavoro alla Scala».

Come ha iniziato a lavorare per la Fondazione Toscanini?
«A 21 anni ho fatto la mia prima audizione per l’Orchestra Stabile dell’Emilia Romagna poi, nel 1983, ho vinto il concorso diventando stabilmente prima arpa dell’Oser (come si chiamava allora). Quando sono entrata, era un’orchestra molto giovane: siamo cresciuti assieme, siamo migliorati conoscendoci musicalmente, poi negli anni si sono aggiunti tanti altri orchestrali, tutte persone preparate che hanno dato lustro alla nostra formazione».

Le soddisfazioni più grandi?
«Gavazzeni che mi disse “Finalmente sento un’arpista che suona con i polpastrelli”; la Kabaivanska che, nel momento degli applausi, mi ha preso per mano e mi ha portato alla ribalta con lei, dopo che avevo eseguito una cadenza in una romanza (quella sera c’erano i miei genitori in sala, fu una grande emozione); il maestro Oren che mi mandava un bacio ogni volta che finivo la mia cadenza nella Lucia di Lammermoor».

Quali sono i direttori con cui ha lavorato meglio?
«Wolfgang Sawallisch mi ha affascinata, forse perché fu il primo che mi diresse alla Scala: era un uomo di mezza età, imponente, con un vocione, sempre educato e molto bravo. Poi mi sono trovata molto bene con Mehta, Oren, Ono, Foster, Neuhold (piuttosto burbero, ma dal gesto chiaro). L’ultimo è Jader Bignamini, l’ho trovato molto preparato. Ma dovrei nominarne troppi...».

In quarant’anni, cosa è cambiato nel lavoro di orchestrale?
«È cambiata soprattutto la gestione del lavoro: un tempo, per allestire un’opera s’impiegavano anche due settimane, si curavano molto di più i particolari e l’insieme. Ora per ragioni di tempo ed economiche, in cinque giorni si fa tutto. Inoltre oggi è più difficile essere assunti stabilmente in orchestra».

Cosa pensa di chi accusa i professori d’orchestra di essere dei privilegiati, per via degli integrativi?
«Molti non si rendono conto che non siamo impegnati solo durante il concerto e le prove, ma anche a casa, con molte ore di studio. Un tempo forse avevamo uno stipendio alto rispetto a un operaio o un insegnante, oggi non più. Tutte le orchestre hanno l’integrativo, ma non è un privilegio: serve a integrare uno stipendio che altrimenti sarebbe da fame, ed è oggetto di una contrattazione continua, da riconquistare ogni due o tre anni».

Cosa le mancherà di più del suo lavoro?
«Tutto: dal piccolo concerto a quello più importante. Mi mancherà essere dentro la musica, in primo luogo, e poi i colleghi, con cui si è creata amicizia e solidarietà. Un po’ mi mancheranno anche gli abiti lunghi pieni di lustrini...».

Come impiegherà il suo tempo d’ora in avanti?
«Ho avuto la fortuna di sposare un uomo che ha capito il mio lavoro e non mi ha mai messo i bastoni tra le ruote, neanche quando avevamo i figli piccoli (ne abbiamo due, che ora hanno 27 e 30 anni). Siamo insieme da trentaquattro anni, la sua fiducia e stima mi hanno dato serenità, ma il mio lavoro ha imposto molti sacrifici. Credo che sia arrivato il momento di avere una vita assieme. Poi vorrei fondare un gruppo di musica da camera, per regalare ancora la mia musica».
Il 22 aprile, a coronamento della sua carriera, Rosanna Valesi suonerà il Concerto per arpa, flauto e orchestra di Mozart nell’ambito della stagione «Nuove Atmosfere».

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