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Un carrarmato conquista Venezia

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 Filiberto Molossi

Quel carrarmato mira al cuore: e al cervello, allo stomaco, alle viscere, di uno spettatore  mai come questa volta dentro alla guerra. Soggetto passivo di ciò che vede e non vorrebbe - mai più - vedere. Al Lido irrompe il tank di «Lebanon»: il bellissimo, angosciante, film del debuttante israeliano Samuel Maoz vince con merito la pacifica «battaglia» di Venezia. Completamente dimenticato «Lourdes», il grande favorito della vigilia: a secco, come prevedibile, anche Tornatore. E l'Italia, al solito, si accontenta delle briciole: il premio alla migliore attrice (che però è russa...) a Ksenia Rappoport per «La doppia ora»  e quello all'emergente, in realtà già da molto emersa, Jasmine Trinca, protagonista femminile de «Il grande sogno» di Placido. 

Guerra e Iran: vince la realtà
Parzialmente autobiografico - il regista, 47 anni, fu tra i primi soldati a varcare il confine del Libano venendo anche ferito a una gamba -, dolorosissimo, «Lebanon»  racconta la prima missione di quattro giovani e inesperti militari israeliani durante il sanguinoso conflitto del Libano.  Quasi completamente in soggettiva, con l'occhio del cinema (e dello spettatore) che va genialmente a sovrapporsi al mirino del cannone del carrarmato - vera e propria feritoia aperta su un orrore senza fine e senza senso -, il film di Maoz è un grido disperato contro l'assurdità di tutte le guerre. Una visione talmente forte e originale quella del regista israeliano che ha  convinto in pieno la giuria presieduta da Ang Lee, particolarmente sensibile ai quei film che guardando al passato riflettono sul presente. Tanto che se il Leone d'oro va a «Lebanon» (l'immagine del tank perso in un campo di girasoli resterà a lungo nella nostra memoria), quello d'argento per la migliore regia è stato assegnato a un'altra esordiente, Shirin Neshat, autrice iraniana di «Women without men», dove le occasioni perdute di ieri si specchiano (spiegandoli senza bisogno di spiegarli) nei drammi di oggi. Se alla cerimonia di chiusura, presentata da Maria Grazia Cucinotta, Maoz ha sventolato il vessillo del pacifismo, dedicando la vittoria a quei «milioni di uomini che sono tornati dalle guerre salvi e apparentemente sani, ma con il ricordo di quello che hanno vissuto infisso nell'anima», ha commosso l'appello della Neshat che ha chiesto al governo iraniano di dare al popolo quello che chiede: «Libertà e democrazia».

Colin e Ksenia fanno festa
Nella Mostra delle opere prime che ha assegnato, con coraggio, i due principali riconoscimenti ad altrettanti esordienti,  il Gran premio della giuria è andato a «Soul kitchen», l'ispirata commedia che Fatih Akin ha ambientato in un ristorante, mentre la Coppa Volpi per il migliore attore è stata vinta dall'inglese Colin Firth grazie all'intensissima interpretazione di un professore gay in «A single man». Firth, salutato da un'ovazione, ha dichiarato il suo amore all'Italia, il Paese dove vive: «Mi ha inondato di regali: la cultura, il cinema, la grappa e anche la mia bellissima moglie...». Tra le donne, invece, Ksenia Rappoport, altre volte più efficaci, è stata preferita, con scelta un po' bislacca, alla Buy de «Lo spazio bianco» ma anche alla francese Testud di «Lourdes». 

Niente da fare per Tornatore
Seppure si dicesse fosse molto «spinto», «Baarìa» di Tornatore non è stato mai preso in considerazione dai giurati: che hanno preferito film effettivamente più riusciti come «Life during wartime», a cui è stata assegnata l'osella per la migliore sceneggiatura,  consegnando un premio minore (l'osella per la scenografia) anche al controverso «Mr. Nobody», pretenzioso film del belga Van Dormael. Esulta infine anche la nostra Jasmine Trinca che alza il premio Mastroianni. Ventotto anni, lanciata da Moretti nel 2001 con «La stanza del figlio», non è propriamente un'attrice di primo pelo, ma lei non si scompone:  «Mi fa piacere che una giuria abbia colto in me una freschezza, vuol dire che qualcosa l’ho conservato, che non mi sono rovinata lungo la strada». Ma la 66ª edizione della Mostra di Venezia ha sicuramente almeno un altro vincitore: si chiama Marco Müller. Questa volta il direttore ha fatto le cose per bene: e nessuno dica che è solo fortuna. 
 
 

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