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Film recensioni - Basta che funzioni

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di Filiberto Molossi

«Io non sono un tipo simpatico». Ha sfiorato il Nobel e non perde occasione per ricordarlo a tutti, si diletta in goffi e tragicomici tentativi di suicidio e per mantenersi, abbandonata la cattedra di fisica quantistica, dà lezioni di scacchi: insultando regolarmente i bambini che sbagliano mossa... Ma in realtà non crede che la gente sia malvagia: «E' solo terrorizzata». Proprio come lui: insopportabile, logorroico, ipocondriaco, ansioso e impagabile esemplare di essere umano «inevitabilmente» sopraffatto dall'irrazionalità del vivere, là dove il significato di tutto finisce spesso in niente. Ma per fortuna Fred Astaire balla in bianco e nero e un cuore che batte può ancora scacciare la paura della morte.

Parla guardando la macchina da presa, rivolgendosi direttamente alla platea - non tanto spinto a cercare comprensione ma per il piacere di giocare senza maschere - l'ultimo Woody Allen che, un alter ego per amico (l'attore Larry David, molto noto negli States), detta a presenti e posteri l'arrabbiato e pessimista manifesto del suo io, per poi, stemperato il disincanto davanti alla legge del caso, accogliere con il sorriso sulle labbra quel tonico chiamato amore che, più di tutto, «è una questione di fortuna».

Pigmalione e Otello, Beethoven e «La vita è meravigliosa», comicità yiddish ed echi di Rohmer: tornato a girare nella sua amata New York, nell'America xenofoba («la gente odia gli stranieri: è il sogno americano») e bigotta (ma basta poco, nella Grande Mela, per cambiare idea...) che tutti accoglie e tutti respinge, Woody, 74 anni e non sentirli, celebra lo strano incontro tra due fuggiaschi nel buio universo. Lui è un ex fisico geniale che quando si lava le mani canta «tanti auguri a te» per allontanare i germi, deluso misantropo che soffre di attacchi di panico e tormenta gli amici con il suo sarcasmo: lei, invece, un talento naturale nel darsi da fare, è l'ingenua e bella ragazzina di campagna che, scappata di casa, bussa alla sua porta. In comune non hanno niente, ma, strano ma vero, si capiscono più di quanto gli altri comprendano loro: così, dopo un anno, l'ex vagabonda che sembra caduta dalle nuvole sposa l'ex scienziato che era rimasto a terra. Un giorno però i bizzarri genitori della ragazza arrivano a New York... Teatrale e autobiografica (c'è tanto Allen dentro da farne indigestione), amara anche nel paradosso ma sempre illuminante, «Basta che funzioni» è una commedia da camera cinica e anche acida (ma niente affatto disperata) dove si parla molto e succede pochissimo (almeno in apparenza), ma non c'è virgola o provocazione che sia fuori posto. Consapevole che nell'assenza di Dio (che al massimo è un buon «arredatore di interni...») è il caso che comanda, il fatalista Woody, per nulla spaventato di diventare un «classico», riprende in un film verboso ma vivace tutte le vecchie abitudini e i suoi soliti temi, aprendo varchi di saggezza nel muro spesso del suo pessimismo autodistruttivo, punzecchiando la propria precaria vanità in un racconto morale magari non particolarmente nuovo ma scritto benissimo, nel reciproco darsi di un sentimento che ti piove addosso rendendo più sopportabile quel mondo popolato di «vermetti» dove chi più sa più soffre. Trovata un'altra «dea dell'amore», nella bella e bravissima Evan Rachel Wood («Thirteen», «Across the universe») - 22 anni e abbastanza stomaco per dividere il letto con Marilyn Manson -, il regista di «Vicky, Christina, Barcelona» gioca in casa la partita che conosce meglio: non sarà al livello di film più complessi e rivelatori come «Manhattan» e «Match point», ma anche in questo caso Allen resta quello che è sempre stato: uno stramaledetto fuoriclasse.

Giudizio: 3/5

SCHEDA
Titolo originale: Whatever Works
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Harris Savides
Interpreti: Larry David, Evan Rachel Wood, Ed Begley Jr, Patricia Clarkson, Henry Cavill
Genere: commedia
Italia 2009, colore, 1h32'
Dove: Astra, Cinecity, Warner Village, Cristallo (Fidenza)

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  • Sergio Magaldi

    29 Ottobre @ 10.21

    Ad un anno di distanza da Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen torna sugli schermi con la regia di Whatever Works (BASTA CHE FUNZIONI) ed è sempre un piacere per gli spettatori. Torna a New York, con una sceneggiatura vecchia di oltre 30 anni – così dichiara lui stesso – scritta per l’attore Zero Mostel (brillante interprete di The Front – IL PRESTANOME del ‘76), morto nel 1977. Occhio e croce, tuttavia, ritengo Larry David più adatto al ruolo di alter-ego di Woody Allen, di quanto sarebbe stato il pur bravo Zero Mostel. E ciò rivela ancora una volta l’abilità del regista nella scelta degli attori, giacché il film poggia, oltre che sul personaggio femminile di Melodie, quasi per intero sulla figura tragicomica di Boris Yellnikoff (perfetta sintesi di Woody Allen-Larry David campioni di umorismo yiddish), docente universitario a riposo riciclatosi come insegnante di scacchi che, con buona dose di cinismo mascherato d’ironia, giudica l’esistenza con lo stile del Woody Allen intellettuale di Manhattan (1979). Con la differenza che sono passati trent’anni e la vita dell’uomo nel pianeta appare al protagonista l’eterno scacco matto di “una specie fallita” ad opera di un Dio assente o al massimo “arredatore di interni”. Rispetto ad allora, c’è in meno forse la curiosità di vivere, ci sono in più le tematiche care al Woody Allen degli ultimi anni: il ruolo potente del fato, della fortuna e del caso. In tale contesto, la sceneggiatura sembra meno ispirarsi ad una storia pensata da oltre trent’anni e più vicina al filone inaugurato con Mighty Aphrodite (LA DEA DELL’AMORE del ’95), approfondito magistralmente dieci anni più tardi nei 124 minuti di Match Point, continuato, forse con minore efficacia, nelle tre successive pellicole: Scoop (2006), Vicky Cristina Barcelona (2008) e questo Whatever Works, accomunate tra loro dalla durata minima per un lungometraggio e soprattutto dall’esilità della trama. C’è tuttavia una differenza in Whatever Works rispetto ai due precedenti lavori. Non solo, infatti, si torna a New York, cioè ad un habitat che il regista ben conosce, si torna anche alla freschezza di Mighty Aphrodite e al teatro greco. I temi del destino, della fortuna, dell’amore e del caso vengono trasposti in una cornice che nulla lascia all’improvvisazione. Chi, vedendo la Melodie (Evan Rachel Wood) di Basta che funzioni non pensa subito alla Linda Hash in arte Judy Orgasm (Mira Sorvino) di La dea dell’amore, nella versione italiana l’una e l’altra doppiate con straordinaria efficacia dalla voce di Ilaria Stagni? Prostituta l’una (Judy), ingenua fanciulla del sud degli Stati Uniti l’altra (Melodie), entrambe accomunate da una visione semplice e innocente (nonostante tutto) del vivere e destinate a raccogliere il premio finale (o quasi) della fortuna e dell’amore, secondo un concetto caro all’ultimo Woody Allen: “Non sappiamo perché siamo al mondo e persino la nascita è legata al caso. Tutto ciò che può rendere più accettabile l’esistenza della persona è benvenuto. Basta che funzioni”. Nelle due pellicole, questa sorta di filosofia del carpe diem, segue uno schema quasi identico. Tutto si annuncia in un clima di tragedia greca per volgersi in commedia, quasi che un benevolo burattinaio, un occulto deus ex machina, a certe condizioni, s’incarichi di garantire alla “specie fallita” un minimo di felicità. E se nel film del ’95 il finale sembra più l’antefatto di una commedia di Plauto, allorché i due protagonisti s’incontrano dopo tanto tempo – ignaro Larry che la figlia di Linda è sua figlia, ignara Linda che il bambino allevato da Larry è il figlio che aveva abbandonato – in Basta che funzioni il finale è costellato di festose maschere plautine con Boris nel ruolo (così come fa per tutto il film) di colui che di tanto in tanto si separa dagli attori per intrattenersi col pubblico, con battute che a rifletterle appaiono scontate (come quella che Marx e Gesù hanno ragione in via di principio, ma anche il torto di trascurare che l’uomo, una sorta di vermetto nel migliore dei casi, non è buono…), ma che ad udirle, per l’efficacia e la semplicità con cui sono dette, arrivano allo spettatore come altrettante pillole di saggezza. Ed è proprio la seconda parte del nuovo film di Woody Allen, tutta intesa a preparare il finale, a zoppicare. Non solo per un calo di ritmo e di stile, ma anche e soprattutto per aver il regista attinto a piene mani dal bagaglio dell’ovvio e della post-modernità, quasi un tributo da pagare alla facile psicologia dei cosiddetti vermetti: il padre e la madre di Melodie che le diverse circostanze mutano da bigotti di provincia in spregiudicati e appagati fruitori della propria libertà, consentendo a Marietta (Patricia Clarckson) di mettere a nudo, per così dire, il proprio talento fotografico assaporando insieme le delizie di un ménage à trois, e al marito di scoprirsi felicemente gay. Melodie e Boris, dal canto loro, per gli intrighi di Marietta e il disegno improbabile della Fortuna e del Caso, tornano ad una normalità che li rende improvvisamente meno interessanti, ma con la possibilità, se tutto funziona, di percorrere un maggiore tratto di felicità. Film, comunque, da non perdere perché opera di uno, forse, degli ultimi grandi maestri del Cinema. Sergio Magaldi (DAL BLOG: http://zibaldone-sergio.blogspot.com/ )

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