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Gabba, il baritono cresciuto nel mito di Frank Sinatra

"Il mio carattere esuberante mi ha portato a un percorso diverso da altri cantanti lirici"

Gabba, il baritono cresciuto nel mito di Frank Sinatra

Armando Gabba

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Il suo primo modello è stato Frank Sinatra, ma la vita lo ha portato verso un altro tipo di canto: Armando Gabba, baritono parmigiano, una carriera di oltre trent’anni alle spalle, ha preso parte a importanti registrazioni, tra cui un «Rigoletto» diretto da Sinopoli con Bruson.
Oggi collabora stabilmente con il Teatro alla Fenice di Venezia. Al Teatro Regio di Parma ha cantato più volte anche se è da tempo, e con rimpianto, che non sale più sul palcoscenico della sua città. Se gli si chiede come ha iniziato a cantare, risponde che è stato quasi per caso: «Avevo sedici anni e lavoravo in officina, per portare il mio primo contributo alla famiglia. - racconta Gabba - Non ero particolarmente contento di questo lavoro, ma non avrei mai pensato di diventare un cantante. Il mio capofficina teneva sempre la filodiffusione accesa su musica lirica, era un appassionato, e ricordo che mi aveva particolarmente colpito Mario Del Monaco che quando parlava aveva un timbro, e quando cantava uno completamente diverso. Io provavo a imitarlo, e il mio capofficina mi disse: hai una bella voce, perché non fai un’audizione alla Corale Verdi? Dopo sei mesi cantavo nel coro, poi sono entrato in quello del Teatro Regio».
Lei ha studiato musica in America ma non ha mai preso lezioni di canto, come mai?
«Avevo un carattere esuberante e non ho seguito un solo percorso. Ho studiato musica alla Julliard School, ma consideravo ancora il canto come un divertimento, come un modo per girare il mondo, e il mio carattere ha fatto sì che, pur avendo provato a prendere qualche lezione di canto, mi sia staccato quasi subito dagli insegnanti. Poi mi sono tirato su le maniche e ho preferito seguire un percorso mio, non quello regolare di colleghi che sono più introdotti di me. Ho inciso un disco con Sinopoli, e pian piano ho iniziato a lavorare».
Quando si è reso conto che questa poteva essere la sua carriera?
«In realtà ancora adesso non ne sono così convinto. Diciamo che da cinque o sei anni mi sono reso conto che non posso fare che questo. Ma ho sempre fatto fatica a sentirmi un cantante di quelli con la sciarpa e il cappello».
Quali sono i ruoli che le piacciono di più?
«Di solito mi affeziono subito a quello che sto cantando: sono comunque più orientato verso ruoli di carattere, verdiani o veristici, ma mi adatto a quello che mi viene chiesto».
Quando non canta cosa le piace fare?
«Vado al cinema, difficilmente ascolto lirica. Preferisco ascoltare il pop e il rock. Amo molto Frank Sinatra: lo ascoltavo sin da bambino ed è stato lui a far nascere in me il desiderio di cantare. Amo molto anche Burt Bacharach, di cui sono amico da trent’anni: lo avevo conosciuto quando studiavo e lavoravo negli Stati Uniti. L’anno scorso l’ho portato alla Fenice. Amo Gershwin, il jazz, Duke Ellington, ma ascolto anche i Pink Floyd, musica elettronica... Credo che mentre cantando l’opera sia necessario essere perfetti, nella musica jazz e pop il difetto può diventare anche una virtù: conta non tanto la bellezza del suono quanto la fantasia e l’interpretazione».
A Parma ha partecipato a molte produzioni operistiche: ce n’è qualcuna che ricorda in modo particolare?
«Ho cantato Bohème, Dinorah di Meyerbeer, Traviata, Turandot, Manon, Andrea Chénier... Angela Spocci e Gian Piero Rubiconi mi hanno aiutato molto, con loro ho fatto anche due o tre ruoli da protagonista. Mi dispiace, dopo, non essere più tornato a cantare al Regio».
I suoi prossimi impegni?
«Collaboro da tre-quattro anni con la Fenice di Venezia: qui tornerò a cantare nella Traviata di Robert Carsen e in Tosca. Per il resto la situazione non è rosea: da quando i teatri sono stati di fatto privatizzati, sono spariti alcuni valori di cui l’arte ha bisogno. Aspetto da mesi i soldi da due teatri e posso ancora dirmi fortunato, perché non ho famiglia, altrimenti sarebbe molto più complicato».

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