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De Candia: «Il dottor Dulcamara è un marpione un po' agè»

Roberto De Candia

Roberto De Candia

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Ritorna a Parma, dopo aver interpretato il ruolo (sempre brillante, ma inserito in un contesto molto più cupo) di Fra’ Melitone al Festival Verdi, il baritono Roberto De Candia per vestire i panni del dottor Dulcamara, mattatore dell’Elisir d’Amore (première domenica sera al Teatro Regio).
De Candia, come sarà questo spettacolo?
«Sono emozionato perché mi trovo ad affrontare un ruolo in un allestimento che era stato montato per il mio maestro, Sesto Bruscantini. Nella sua struttura questo spettacolo è un classico e ci ricorda un modo di fare teatro che non cerca di scioccare gli spettatori con azioni esagerate ed acrobazie da parte dei cantanti. Ritorniamo ad un tipo di teatro più classico dove anche lo spettatore (oltre agli interpreti) è più rilassato e può concentrarsi meglio sull’aspetto musicale».
Lei in quest’opera ha vestito anche i panni di Belccore oltre a quelli di Dulcamara, che differenze ci sono?
«Innanzitutto questo spettacolo l’ho interpretato la prima volta nel coro a Bari nel 1989 e l’ho eseguito un paio di volte come Belcore: una volta in emergenza e l’altra come cover di Alessandro Corbelli. Sono due ruoli molto diversi. Inevitabilmente Dulcamara dà molta più soddisfazione perché è un po’ più sfaccettato e ironico. Belcore fa parte dei ruoli della commedia, il soldato vanaglorioso, ed sembra un po’ tagliato con l’accetta. È un “bellone” ed io per motivi di decadimento fisico e per raggiunti limiti di età sono più adatto interpretare un marpione un po’ più “agé”. Curiosamente, per una questione di differenziazione timbrica si tende a far cantare Belcore ad un baritono con la voce più chiara e Dulcamara spesso a un bass-baryton. Nella scrittura di Donizetti questa differenziazione non c’è e il ruolo di Dulcamara è scritto proprio per un baritono visto che è impegnato quasi sempre nella parte medio-acuta della voce, mentre nella grave quasi mai e comunque meno di Belcore. Di solito si fa una scelta dovuta all’età che lascia intendere che il giovane abbia la voce più acuta, ma in questa edizione ci sarà più attenzione alle intenzioni della scrittura donizettiana».
Lei ha appena finito di cantare Leporello in Don Giovanni: com’è passare da questo ruolo a Dulcamara?
«La più grande difficoltà credo che sia il riposizionamento della voce in una zona medio-acuta. Leporello è un ruolo molto grave e forse è l’ultima volta che lo ho affrontato perché ormai inizia a pesarmi. È importante sapere scegliere il ruolo adatto anche quando si è in carriera».
Il rapporto con il Teatro Regio?
«Il Teatro Regio ha dei problemi e spero che riesca a risollevarsi. Un cantante è spinto a cantare in alcuni teatri dall’affetto e così è stato anche per lo scorso Festival Verdi. Io ho fatto le mie prime cover proprio in questo teatro e anche per un debito di riconoscenza non ho esitato a fare qualche piccolo sacrificio. In ogni caso bisogna cantare al cento per cento per tutti quelli che ci ascoltano».

 

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