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Spettacoli

Un'impresa a suon di musica

Un'impresa a suon di musica
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di Elena Formica

Un’altra sfida. Stasera, in concomitanza con la partita di calcio Real Madrid-Milan, l’Orchestra del Teatro Regio di Parma terrà un grande concerto sinfonico per festeggiare il decimo compleanno. Fare concorrenza a una partita di Champions League non è uno scherzo. Ma dopo essere stata diretta da musicisti del calibro di Muti, Chung, Plasson, Temirkanov e Maazel, dopo aver portato la musica di Verdi a Seul, Città del Messico, Hong Kong e Pechino, questa orchestra non teme la gara. Ha il suo pubblico, ha il suo teatro. E ha due direttori di gran blasone, Bruno Bartoletti e Donato Renzetti, con cui suonerà al Regio musiche di Mendelssohn, Puccini e Pizzetti (ore 20). 
Sergio Pellegrini è il presidente dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma. Clarinettista tosto, parmigianissimo, è lui a raccontarne storia e progetti.
 Quando e su quali basi è nata l’Orchestra del Teatro Regio di Parma?
«L'Orchestra - risponde Pellegrini - ha suonato per la prima volta il 28 ottobre del 1999 in occasione di un concerto lirico-sinfonico con il soprano Fiamma Izzo D’Amico; presentava Pippo Baudo. Ma la storia comincia prima, nel 1997, con l’esperienza cameristica del Parma Opera Ensemble che ha tenuto concerti e registrato cd con artisti di fama mondiale: Mariella Devia, Raina Kabaivanska, Katia Ricciarelli, Michele Pertusi, Bruno Canino, Boris Belkin e molti altri. Lo spirito e le finalità artistiche del gruppo hanno poi trovato conferma nell’attività dei Solisti del Teatro Regio di Parma, che per due volte si sono esibiti a New York e in diverse tournée all’estero, dalla Spagna al Giappone alla Gran Bretagna. Prossimamente andremo anche in Sudamerica. Un gruppo prestigioso di solisti, alla cui crescita hanno contribuito musicisti eccellenti come Michelangelo Mazza, Corrado Giuffredi, Danilo Marchello, Rino Vernizzi, Danilo Rossi, Francesco Ferrarini, Massimo Tannoia, Alfredo Zamarra, Roberto Rossi, Eugenio Abbiatici, Danilo Grassi. Nel 2001 ebbi l’idea di attivare una collaborazione con l’amico Ernesto Schiavi, direttore artistico della Filarmonica della Scala, e con altri importanti strumentisti di provenienza scaligera: Nicola Meneghetti, Maurizio Simeoli e uno dei più grandi amici sia per me che per il gruppo: Pier Antonio Pesci, cornista straordinario e uomo squisito, personalmente scelto da Muti per l’Orchestra della Scala, purtroppo mancato troppo presto. Pesci, che era parmigiano, aveva subito intuito quale fosse l’importanza di un gruppo da camera e di un’orchestra per il Teatro Regio. Sapeva che un teatro può affrontare grandi progetti solo se dispone di complessi artistici propri».
L'Orchestra del Regio non è formata da dipendenti del teatro. E’ una società. Come è strutturata?
«L’Orchestra è una società a responsabilità limitata, iscritta all’Unione Parmense degli Industriali. I musicisti che fanno parte dell’organico orchestrale ne sono soci e il complesso non ha mai ricevuto finanziamenti diretti di denaro pubblico. Si tratta di un progetto innovativo, unico in Italia, tra i pochi realizzati nel mondo. Questo significa che la nostra sola possibilità di riuscita consiste nella qualità artistica abbinata alla serietà dei soci fondatori e del consiglio d’amministrazione. Il nostro direttore amministrativo, Enrico Maghenzani, è un sicuro punto di riferimento. In 10 anni i migliori strumentisti sono passati dalla nostra orchestra e non abbiamo mai avuto cause di lavoro. Siamo sul mercato: ci hanno chiamati per produzioni operistiche all’estero, ad esempio a Bilbao; Aldo Sisillo, direttore artistico del Teatro Comunale di Modena, ci ha voluti per il concerto in memoria di Pavarotti. Il 12 dicembre saremo al Teatro Manzoni di Bologna per un concerto con Mariella Devia». 
Un’orchestra di questo tipo come si relaziona con la Fondazione Regio? 
«L’unicità di questa esperienza artistica e imprenditoriale si riflette in una duttilità che ci consente un dialogo aperto e costruttivo con il Teatro Regio, con il sovrintendente Mauro Meli e con il segretario generale Gianfranco Carra. E’ questa dinamicità che ci permette di far fronte al Festival Verdi, dalle più impegnative produzioni operistiche ai concerti sinfonici e cameristici, compresi gli appuntamenti grandi e piccoli in città e fuori sede. Alla realtà di questa orchestra hanno creduto alcune persone che desidero ringraziare: l’ex sindaco Elvio Ubaldi e l’attuale primo cittadino Pietro Vignali, il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, l’ex sovrintendente del Teatro Regio Gian Piero Rubiconi e Cesare Azzali, il direttore dell’Unione Parmense degli Industriali».
Come è composto l’organico dell’orchestra?
«L'organico di riferimento è formato da una cinquantina di elementi, la loro presenza è costante. All’interno di questo nucleo si è sviluppato quel 'suono verdiano' che ci contraddistingue: una peculiarità rilevata dai maggiori critici italiani e stranieri, oltre che da tutti i direttori d’orchestra che ci hanno inviato lettere di ringraziamento. A 'prime parti' di alto profilo, provenienti dalle orchestre della Rai, del Maggio Musicale Fiorentino, della Scala e dell’Accademia di Santa Cecilia, sono stati affiancati giovani talenti della Cherubini, dell’Orchestra Giovanile Italiana e nuove promesse uscite dal Conservatorio di Parma. La nostra Orchestra intende valorizzare le risorse del Conservatorio, lo considera una fucina di talenti. Non è un caso che alcuni dei nostri migliori musicisti siano venuti da lì, ad esempio Danilo Grassi e Massimiliano Denti. E naturalmente il primo violino di spalla Michelangelo Mazza, da me 'scoperto' quando aveva solo 23 anni: un talento assoluto, un violinista che ha dato sicurezza a Muti, Temirkanov, Maazel, una 'spalla' richiesta oggi da prestigiosi complessi in Italia e all’estero. Ma Mazza è soprattutto il simbolo dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma: Michelangelo è il primo violino di questa città». 
Per alcuni anni la direzione musicale è stata affidata a Bruno Bartoletti, quindi a Yuri Temirkanov. Che tipo di rapporto avete instaurato con loro?
«Con Bartoletti abbiamo affrontato un vasto repertorio sia operistico che sinfonico. E’ stata un’esperienza determinante, perché abbiamo lavorato con l’ultima punta di diamante della grande scuola italiana, con un direttore che per 50 anni ha guidato la Lyric Opera of Chicago ed è stato direttore artistico del Maggio Musicale Fiorentino. Il rapporto con Temirkanov, che non ha potuto dirigerci nel Requiem in Duomo e a cui auguriamo tutto il bene possibile, si sintetizza così: un Premio Abbiati per La traviata del Festival Verdi 2007, un’emozionante Quarta Sinfonia di Caikovskij e il giudizio espresso dal Maestro stesso sulla nostra orchestra: La lettura di Traviata fatta con l’Orchestra del Regio - ha dichiarato Temirkanov sulla stampa nazionale - è stata a livello dei Wiener Philharmoniker».
Collaborazioni con altre realtà locali?
«Le caratteristiche di qualità e flessibilità della nostra Orchestra favoriscono le  collaborazioni con Teatro Due, con il regista Walter Le Moli, con il Teatro Comunale di Modena, con il Festival Mozart di Rovereto, con il Teatro Comunale di Bologna e il direttore artistico Marco Tutino. Anche con la Fondazione Toscanini è importante collaborare nel rispetto di finalità diverse: la Toscanini è una Ico (Istituzione concertistica orchestrale) e deve servire il territorio regionale; noi siamo l’Orchestra stabilmente insediata al Teatro Regio di Parma, siamo l’Orchestra del Regio e per il Regio».
Qual è la sua opinione sulla realtà della musica e dei teatri in Emilia Romagna?
«L’Emilia Romagna è una delle regioni più sviluppate d’Europa sui piani economico e culturale. E resta tale malgrado l’attuale periodo di crisi globale. Il territorio regionale si presenta, nel suo complesso, come una vasta area metropolitana che per estensione e densità urbana, se fossimo in America, si potrebbe paragonare a Los Angeles. All’estero è normale che nelle città più importanti ci siano due o tre orchestre, diversi teatri. Da noi, invece, si continua a battagliare pro o contro quell'orchestra, quel teatro. L’espressione è abusata, ma va ripetuta: bisogna fare 'sistema', altrimenti è difficile vendere nel mondo tutta questa ricchezza. Pensiamo solo a 'Parma e la musica': Verdi, Toscanini, Pizzetti, Paër, il Regio. E poi ci sono le altre città con le loro eccellenze, il territorio è pieno di risorse. L’amministrazione regionale dovrebbe puntare su questa realtà così ricca e molteplice, metterla in valore, farne un proprio fiore all’occhiello per promuovere nel mondo la cultura e l’economia dell’intero territorio». 
 

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