Cinema

100 anni di Anthony Quinn, guerriero di Hollywood

100 anni di Anthony Quinn, guerriero di Hollywood

Maria Grazia Cucinotta e Anthony Quinn in una foto del 1996

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E’ probabile che le nuove generazioni di spettatori trovino il suo volto familiare fin dalla prima occhiata ma non riescano a dargli subito un nome; oppure molti, da Zorba a Zampanò, da Zapata a Omar Al Mukhtar, insomma tutti quelli dei suoi personaggi più conosciuti. Di certo anche a Hollywood Anthony Quinn dovette imparare a farsi conoscere modificando il nome vero, perchè Antonio Rodolfo Quinn-Oaxaca era davvero ostico per fare carriera. Nato a Chihuaua il 21 aprile di cento anni fa, il poderoso protagonista di tanti capolavori e altrettanti film d’avventura costruì la sua fama su un fortunato intreccio di etnie: il padre era mezzo irlandese e mezzo maya, ma cittadino messicano; la madre, Nellie, una leggendaria erede del popolo azteco.
Studente ribelle e senza vocazione, appassionato d’architettura e d’arte (fu anche allievo e amico di Franklin Lloyd Wright), Anthony Quinn sbarca a Los Angeles giovanissimo, cerca la fama sul ring come pugile, coltiva ambizioni d’artista, finisce al cinema nel 1936 dopo una breve parentesi formativa a teatro. Lo scelgono per la stazza, la voce profonda, la prestanza virile e quei tratti somatici che ne fanno il perfetto caratterista «esotico": può essere indio, messicano, arabo, mongolo, mediterraneo e per questo in 10 anni di gavetta allinea una cinquantina di ruoli di contorno senza mai sfondare. Ha invece più fortuna a Broadway con una riuscita versione di «Un tram che si chiama desiderio» che lo fa restare in cartellone tre anni nei panni del mitico Kovalski, poi portato al successo da Marlon Brando. Ed è proprio l’incontro tra i due a cambiare la vita artistica di Quinn, quando nel 1952 Elia Kazan gli affida la parte di Eufemio, il fratello di Emiliano Zapata (Brando) in «Viva Zapata!». A sorpresa è proprio lui a convincere i votanti dell’Academy che ne fanno il miglior co-protagonista di quell'edizione del Premio Oscar. E’ la svolta che lo porta al successo sui due versanti dell’Oceano: è infatti Cinecittà a sedurlo, grazie alla chiamata di Mario Camerini per un «UIisse» (1954) in cui affianca Kirk Douglas impersonando Antinoo, ma soprattutto di Federico Fellini che, a sorpresa, lo accetta per il ruolo dello zingaro Zampanò ne «La Strada» (1954) con Giulietta Masina. Da piccolo film, l’opera diventa un capolavoro internazionale che permette all’attore di rientrare in America con un cumulo di copioni sul tavolo. Per tutto il decennio potrà scegliere i registi migliori e le storie che ostruiscono la sua leggenda: «Brama di vivere» di Vincente Minnelli nei panni di Paul Gauguin (secondo premio Oscar come miglior co-protagonista), «Selvaggio il vento» di George Cukor, "I cannoni di Navarone» di Jack Lee Thompson come il partigiano greco Andrea Stavrou, «Lawrence d’Arabia» di David Lean che lo trasforma nello sceicco Awda, il fiero capo delle tribù arabe. La celebrazione arriva nel 1964 con la coproduzione internazionale «Zorba il greco» per la regia di Michael Cacoyannis , candidato all’Oscar e premiato da un successo planetario che del resto si sarebbe confermato nel musical voluto e interpretato da Anthony Quinn nel 1983 (ben 362 repliche a Broadway). Chi ama il cinema d’avventura, di spettacolo, di storie e uomini forti, sa che tutta la carriera dell’ex pugile messicano ne è costellata: dai noir con Martin Ritt e Nick Ray ai western. Ma nella filmografia di Quinn sono numerose anche le incursioni sorprendenti: Luis Bunuel lo vuole per «La via lattea» (1969), Michael Anderson gli fa indossare le vesti papali del primo pontefice russo come Kyril Primo in "L'uomo venuto dal Kremlino» (1968), Franco Zeffirelli lo vuole come Caifa per il «Gesù di Nazareth» (1977), Gheddafi lo chiama nel 1981 per il kolossal libico «Il leone del deserto» a impersonare l’eroe della resistenza contro gli italiani in «Il leone del deserto», Spike Lee lo vuole in «Jungle Fever» del 1991. Quinn, che ormai ha smesso i sogni di gloria e fa cinema per divertimento e soldi, mentre si dedica sempre di più alla sua passione per la pittura, accetta ogni parte, dal grande al piccolo schermo, nel vortice di una vita tumultuosa e passionale che gli porterà in dote ben 13 figli da tre moglie diverse. L'ultima apparizione nel cinema italiano porta la firma di Fabrizio Giordani nel 1996 ("Il sindaco") ma sono molte le sue apparizioni sui nostri schermi perchè l’affascinante divo americano è sempre stato corteggiato dal nostro cinema in una storia d’amore ricambiata (la sua seconda moglie era del resto la costumista italiana Jolanda Addolori), che però non ha mai più raggiunto le vette del sodalizio con Fellini. Scomparso all’età di 86 anni (Boston, 3 giugno 2001) Anthony Quinn incarna oggi un mito che non c'è più: quello del maschio forte e rude, passionale come un vero «latino», amante del buon cibo e delle belle bevute, patriarca generoso e vitale, macho ma con punte di pudica dolcezza. Nella vita privata era questo e il suo contrario come dimostra la sua passione per l’arte e per la vita di famiglia. Ma come altri della sua schiatta - Robert Mitchum in primis - il suo nome e il suo volto riportano in vita un cinema, un mondo, un tempo che non c'è più.

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  • Davide

    20 Aprile @ 12.10

    Nell'articolo il cognome Quinn è scritto correttamente ma cos'è quel Queeen con tre E nel titolo?

    Rispondi

    • 20 Aprile @ 12.39

      REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Era un errore. Grazie per la segnalazione: correggiamo al più presto

      Rispondi

      • Michele E

        20 Aprile @ 22.53

        è rimasto nella didascalia della foto

        Rispondi

        • 21 Aprile @ 06.55

          REDAZIONE - Allora chi ha scritto non era solo distratto... Corretto anche questo. Grazie al lettore, più attento di noi

          Rispondi

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