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Il «Pinicorillo» di Stori:«Cari genitori, meditate»

Il «Pinicorillo» di Stori:«Cari genitori, meditate»
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Francesca Benazzi
Un bambino così piccolo da risultare invisibile agli occhi del mondo: è la storia di «Pinicorillo», la nuova produzione di Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle arti al debutto venerdì 13 alle 21 per «Week-end al Parco» (ma già da dopodomani in matinée per le scuole, tutte le date nella scheda), che ha il sapore di antiche fiabe ricche di potenti metafore. La crescita come affermazione dell’identità, il senso profondo del rapporto con il padre e con la madre: sono alcuni dei temi di questa favola che riprende l’archetipo dei bimbi piccolissimi e ingoiati da un animale (vedi Pollicino, Giona e la Balena, Pinocchio, Cappuccetto Rosso). Sul palcoscenico saliranno due attori «storici» delle Briciole come Piergiorgio Gallicani e Morello Rinaldi, mentre a firmare testo e regia è Bruno Stori, con le musiche a cura di Mauro Casappa. 
Come ha lavorato sulla drammaturgia di «Pinicorillo»?
«Si tratta di una fiaba contadina della tradizione appenninica romagnola - spiega Stori - che ho trovato nel libro 'E la nave va' dedicato all’opera dello psicanalista Alberto Spadoni. E’ la storia di questo bambino talmente piccolo che nemmeno la sua mamma riesce a vederlo: un giorno esce nell’aia e dopo aver assaporato per un po' la libertà un bue lo inghiotte insieme a un ciuffo d’erba. E’ un percorso di 'reinfetazione', di ritorno nel ventre materno: passata la crisi, Pinicorillo ne uscirà fuori finalmente grande. I significati sono profondi: il bisogno di essere 'visto' davvero, di potersi riconoscere negli occhi del padre e della madre per crescere, e in particolare la necessità della presenza paterna fin dalla nascita. Per questo la mucca originaria della fiaba qui è diventata un bue: per sottolineare il bisogno di un modello maschile, soprattutto oggi in cui spesso la mamma si ritrova a dover fare sia da padre che da madre».
Quali linguaggi ha usato per la messinscena?
«La fiaba viene prima raccontata e poi rappresentata. L’idea è che sia un po' come un sogno, senza preoccupazioni descrittive e logiche, bensì emotive, per associazioni. Nella seconda parte il testo è ridotto al minimo e la suggestione è affidata a oggetti, suoni, rumori, musiche per rappresentare l’interno della pancia del bue. E per i genitori è un’occasione per riflettere... Sì, soprattutto sull'importanza della presenza, che diventa modello sul quale crescono i nostri figli, sulla necessità di continuare a giocare con loro, di tenerli 'dentro' per ridare loro forza sia da bambini che da adolescenti, per poi lasciarli andare verso l’autonomia».
 Da tanti anni lavora con i ragazzi: ha dovuto modificare nel tempo i linguaggi per catturare la loro attenzione, continuamente 'bombardata' da multimedialità sempre più rapida?

«La soglia di attenzione è in genere più bassa, e questo si riscontra non solo nel teatro ma anche nella scuola. Non credo però che il teatro debba adeguarsi ai nuovi linguaggi, deve anzi mantenere la propria peculiarità, lavorare su tempi di percezione più lunghi, di cui i piccoli hanno bisogno per apprendere. In fondo nell’antica Grecia la scuola, la 'scholé', significava 'ozio'. E quando le proposte sono affascinanti e accoglienti, i ragazzi rispondono con attenzione».  

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