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Coppola: «Il futuro è il 3D Ma la creatività resta la base»

Coppola: «Il futuro è il 3D Ma la creatività resta la base»
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Michele Zanlari
Lo s'intravede nel filo di una porta socchiusa mentre aspetta il silenzio della sala che ospita la conferenza stampa. Entra in camicia e saluta con un «Buongiorno» ostentatamente informale. Solo dopo mette la giacca e stringe la sciarpa al collo, pochi istanti prima di essere inondato dai flash dei fotografi, per i quali era stato annunciato come estremamente nervoso. Romperà il ghiaccio dopo qualche minuto, arrivando ad intonare anche una strofa di «Quando, quando, quando». Francis Ford Coppola è al Torino Film Festival, dove ha incontrato a sorpresa Roberto Benigni e Nicoletta Braschi e ricevuto dalle mani di Gianni Amelio il Gran Premio Torino assegnato alla sua casa di produzione Zoetrope. È qui anche per il lancio europeo di «Tetro», il film che esce domani in Italia con il titolo «Segreti di famiglia» e del quale racconta principalmente gli aspetti tecnici. «Il bianco e nero - spiega Coppola - mi sembrava la forma più giusta per una storia fatta di emozioni come quella di “Tetro”, che ho cercato di rendere attraverso il realismo poetico. I ricordi invece li ho lasciati a colori, come se fossero filmini di famiglia». 
Che problemi comporta una scelta di questo tipo da un punto di vista produttivo? 
«Il cinema ci mette a disposizione moltissime possibilità e mi sembra un peccato che i pezzi grossi di Hollywood cerchino di limitarle. Non vogliono che si usi il bianco e nero come non vogliono più film drammatici, ma solo commedie».
Il destino del cinema è destinato a mutare con l’avvento del digitale?
«Ho capito molto presto che il cinema sarebbe diventato digitale e sono aperto a tutte le soluzioni. Il cinema è una lingua e come tale è soggetta ai cambiamenti. Non so come saranno i film tra trent'anni. L’occhio del regista e del direttore della fotografia resteranno sempre le cose che contano e anche adesso possiamo dire che ci sono film in digitale con un’ottima fotografia. La penso come il mio amico George Lucas: lunga vita al cinema, anche se sta cambiando forma. È la voglia di rischiare che permette di fare le cose migliori e se credono che il 3D risolverà tutti i problemi si sbagliano».
Quali elementi del suo film sono riferibili a un contesto autobiografico?
«“Tetro” è imparentato con “Rusty il selvaggio” per l’affinità del tema familiare dei due fratelli, con quello maggiore che viene seguito dal più piccolo; questo sì che è un aspetto autobiografico. Per quanto riguarda la figura paterna, invece, si tratta di una situazione classica, anche se effettivamente mio padre, come quello del film, era un direttore d’orchestra».
Che legami ha con l’Italia e l’italianità? 
«Ma io sono italiano! I miei quattro nonni erano italiani e sento la grande forza che gli immigrati hanno dato all’America. La forza degli Stati Uniti e quella di essere al 100% composta da immigrati». 
In un libro ha confessato il suo amore fulminante per «Ottobre» di Ejzenstejn. Quali altri film hanno avuto lo stesso effetto?
«Mi chiedono spesso quali sono i primi cinque film che mi hanno segnato e rispondo che saprei indicare i cinque film migliori realizzati a Berlino tra il '20 e il '27, per darvi un’idea della vastità del patrimonio cinematografico. Forse perché anche il cinema ha la sostanza della nostra coscienza di esseri umani, si avvicina ai nostri sogni». 
 

 

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