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Luca Salsi: "All'Arena canterò un "Nabucco" pieno di colori

Per la seconda volta il baritono inaugura la stagione a Verona e sarà a Torino con la "Traviata" per Expo

Luca Salsi: "All'Arena canterò un "Nabucco" pieno di colori
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E' stato soprannominato il «Superman del Metropolitan» dalla stampa, dopo aver cantato due opere nel giro di sette ore (il terzo cantante a riuscire nell’impresa nella storia del Met).
Anche grazie a questo exploit, ma non solo, il baritono parmigiano Luca Salsi sta vivendo un momento d’oro e la sua agenda è fitta di impegni di prestigio. Dopo qualche giorno di riposo nella sua casa di Parma, dove ama tornare per stare vicino ai figli («la mia gioia più grande», sottolinea il cantante), dal 4 giugno sarà a Verona per iniziare le prove di Nabucco, opera con cui verrà inaugurata la stagione dell’Arena.
Le date si alterneranno con quelle di Torino, dove Salsi canterà in una Traviata inserita nell’ambito di Expo 2015.
Inoltre, proprio in questi giorni al baritono è stato confermato un nuovo impegno al Teatro alla Scala di Milano, mentre al Met ha scritture sino al 2020.
Iniziamo dal primo impegno: è la seconda inaugurazione della stagione dell’Arena e la quarta opera cantata su questo palcoscenico. Quali sono le sfide poste alla voce dall’anfiteatro veronese?
«Per quanto mi riguarda, cerco di cantare in Arena come in un teatro al chiuso, cioè mantenendo tutti i colori. Il pericolo è spaventarsi per la grandezza, in realtà bisogna avere fiducia nell’acustica del teatro che è fantastica. Il mio desiderio è cantare Nabucco come l’ho cantato al chiuso con Riccardo Muti: pieno di colori, di mezze voci e di pianissimo, con l’unico accorgimento di adattare leggermente le dinamiche all’ampiezza del luogo. La battaglia che porto avanti è togliere tutte le “gigionate” e tutto quanto non è stato scritto da Verdi, per rispettare le dinamiche volute dal Maestro».
In marzo invece ritornerà alla Scala per interpretare il Doge ne I due Foscari di Giuseppe Verdi, un ruolo che le è molto caro...
«I due Foscari è un’opera a cui sono molto legato perché l’ho cantata la prima volta a Trieste, nel 2011, e credo abbia segnato una svolta nella mia carriera. È stato il primo grande ruolo verdiano: un ruolo completo, pieno di difficoltà, che va maturato con il tempo. Ci ho messo l’anima e in quell’occasione il pubblico è venuto a salutarmi in lacrime. Dopo, quest’opera ha segnato anche il mio primo incontro con Muti, a Roma, quindi con il Doge ha avuto inizio la mia avventura con quello che reputo il più grande direttore vivente per la musica di Verdi. Muti mi ha insegnato tantissimo, potrei dire tutto sugli aspetti musicali delle opere verdiane».
Il suo impegno più lontano nel tempo?
«Un Don Carlo al Metropolitan, nel 2020. Per il futuro ho molte scritture all’estero e solo poche in Italia: qui si fa sempre più fatica, anche se la qualità artistica c’è ancora. Fanno eccezione alcune perle: il Teatro Petruzzelli di Bari (dove ho appena cantato un bellissimo Macbeth con un’orchestra e un coro di giovani), la Fenice di Venezia, la Scala di Milano e l’Arena».
Al Met, ha interpretato nel giro di poche ore Enrico, in Lucia di Lammermoor, e Don Carlo, nell’Ernani, sostituendo l’indisposto Placido Domingo: da Verdi a Donizetti in poche ore, cosa ha fatto per concentrarsi ed entrare in ciascuno di questi due ruoli?
«Per Ernani non ho avuto il tempo di preparami, parlerei piuttosto d’incoscienza... il figlio di Domingo mi ha chiamato alle 12.30, sono arrivato in teatro, ho fatto due vocalizzi, mi hanno messo addosso un costume e alle 13 ero in scena. Per fortuna è un’opera che avevo preparato bene con Muti, a Roma, e forse è stato meglio non avere il tempo di pensare, perché è stata trasmessa in diretta mondiale. Poi, alle 16.30, terminata la recita, temevo che diminuisse l’adrenalina e che, con la stanchezza, mi calasse la voce, quindi ho preferito non tornare a casa: ho fatto una passeggiata nel Central Park, mi sono fermato in un fastfood e ho mangiato due hamburger giganti con patatine fritte e poi sono tornato in Teatro, ma non ho più toccato la voce. Posso dire di aver cantato abbastanza bene anche Lucia, ho tolto solo qualche acuto che di solito facevo come variazione. La soddisfazione più grande è stata l’eco impressionante che questa vicenda ha avuto in tutto il mondo e la possibilità di cantare con il maestro James Levine, uno dei miei sogni sin da quando ero studente».
Al termine di questa impresa ha ringraziato il suo insegnante Carlo Meliciani: da quanto studia con lui e qual è il suo insegnamento più prezioso?
«Studio con Carlo Meliciani dal 2002: ha 87 anni ma ha ancora una forza, una grinta e uno spirito da giovanotto e una grande voglia di insegnare. È stato un grande baritono (allievo di Carlo Tagliabue) e mi ha insegnato la tecnica della scuola italiana di una volta, quella che insegna a cantare “sul fiato”, con il suono alto e “in maschera”. Questo consente di non stancare la voce».
Quali i cantanti che le piace ascoltare?
«Prima di cantare in teatro ascolto sempre qualche aria cantata da Aureliano Pertile e da Carlo Tagliabue, perché il canto è anche imitazione. Pertile: è di una modernità impressionante e usa la voce sempre con eleganza e il suono in maschera».
Qualche desiderio da realizzare?
«È difficile desiderare più di quanto già ho: sono un uomo felice, anche grazie alla mia compagna Virginia Tola e ai miei figli...».
Per chi vuole tenersi aggiornato sulle interpretazioni di Luca Salsi può seguire la sua pagina ufficiale su Facebook e il profilo Twitter (@LucaSalsi75).

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