cultura

Elena Padovani arpeggi di dolcezza

Decimo anniversario della scompara della musicista parmigiana. A 19 anni suonò accanto alla Tebaldi e Bergonzi. Carriera solistica di prim'ordine. Segovia la definì "eccezionale artista della chitarra, ben preparata sia per la didattica sia per i concerti"

Elena Padovani arpeggi di dolcezza

Elena Padovani

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Compare spesso, nelle storiche foto scattate a fianco dei più illustri concertisti del Novecento. Il volto sereno, velato da un accento di malinconia, l’espressione assai lontana dalla disinvolta fierezza che troppo spesso traspare nei ritratti d’artisti di brillante carriera. C’è qualcosa da scoprire nella vita di questa dama della chitarra, di cui ricorre oggi il decimo anniversario della morte. Vogliamo così ricordare la vita di Elena Padovani (1923-2005), figlia illustre della terra di Parma, che a un itinerario artistico di grande rilievo coniugò sempre eguali semplicità e modestia. Una persona generosa, che dedicò più tempo all’insegnamento che alla propria affermazione concertistica: gli allievi ne ricordano il temperamento mite e cordiale, improntato all’umiltà anche al culmine del percorso artistico.
Nata a San Pancrazio Parmense il 22 giugno 1923, Elena Padovani mostrò ancora bambina grande sensibilità musicale, che la portò ad avvicinarsi dapprima al mandolino e subito dopo alla chitarra, sotto la guida del M° Renzo Cabassi. A 14 anni raccolse i primi successi di giovane chitarrista, e tre anni più tardi la critica ne notava «le brillanti qualità tecniche ed artistiche» sottolineando come «raramente capita di sentire alla sua giovane età una esecutrice di così cospicue doti musicali».
La stampa di allora augura così alla giovane esordiente «nuove brillanti conquiste», che non sarebbero mancate, perché Elena intraprende un itinerario in costante ascesa, che attraverso numerosi concerti l’avrebbe portata, negli anni ’50, ad essere ammessa all’Accademia Chigiana di Siena. Qui, assieme a chitarristi leggendari come Alirio Díaz e John Williams, segue le lezioni del grande Andrés Segovia, che qualche anno dopo parlerà di lei come «una eccezionale artista della chitarra, ben preparata sia per l’attività didattica che per la carriera concertistica». La Padovani abbraccia così i principi della scuola chitarristica spagnola nella quale proprio in quegli anni i chitarristi italiani - senza dimenticare il valore della propria tradizione - trovavano un decisivo punto di riferimento.
Si tratta di un'epoca di fermento per le sorti della chitarra nel nostro paese, che vede la nascita di un numero crescente di cultori e concertisti, e si avvia a guadagnarsi il riconoscimento di una cattedra nei conservatori. Molti i successi concertistici di questi anni, nei quali la Padovani, a fianco del repertorio solistico per lo strumento, dedica ampio spazio a quello - quasi un allusivo omaggio alla sensibilità musicale della sua terra - per voce e chitarra: dopo aver condiviso il palco, a 19 anni, con Renata Tebaldi e Carlo Bergonzi, collabora con diversi altri cantanti, per i quali trascrive innumerevoli brani, continuando nel frattempo il suo impegno di maestra elementare presso l’Istituto delle Dame Orsoline del Sacro Cuore di Parma.
E’ il 1954 l’anno in cui si apre, al Conservatorio S. Cecilia di Roma, la prima cattedra di chitarra. La Padovani è tra i candidati, e lo stesso Segovia si adopera affinché l’incarico venga affidato alla brillante allieva (il titolo sarà tuttavia assegnato, per un vantaggio minimo, al maestro romano Benedetto Di Ponio).
La Padovani spende dunque la sue qualità didattiche alla Scuola Musicale di Milano fino al 1962, anno in cui le viene assegnato un incarico presso il Conservatorio di Bolzano. Lascia così la terra emiliana - dove tornerà a trascorrere gli ultimi anni - aprendo una nuova fase del suo percorso biografico. Ma manca lo spazio, a chi scrive, per ricordare tutti i passi di un itinerario la cui portata artistica e didattica, forse, deve ancora essere adeguatamente messa in luce.
Parlare di lei, oggi, con chi l’ha conosciuta, osservare lo sguardo pieno di commozione e di filiale affetto di chi ne ha seguito il percorso fa emergere - più di ogni, pur utile, ricostruzione biografica - quale sia l’insegnamento più importante da custodire.
Quello di una donna che portò avanti il cammino intrapreso con una dedizione totale, tanto da donare tutta la vita alla bellezza dell’arte e, attraverso questa, alla più grande Bellezza che in essa traspare.

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