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Film recensioni - Lebanon

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 Filiberto Molossi

Lo so, si sta stretti e c'è poca luce. E puzza: di sudore, di morte. E un rumore assordante: come la paura, il disagio, l’estraneità da un non luogo che si muove sui cingoli, superando il confine del nulla.
 E’ un carrarmato, il protagonista di «Lebanon», e va verso l’orrore: ma ci dovete salire. Perché quel tank mira al cuore: e al cervello, allo stomaco, alle viscere, di uno spettatore mai come questa volta dentro alla guerra. Soggetto passivo di ciò che vede e non vorrebbe - mai più - vedere. 
Bellissima e opprimente parabola pacifista di un ex soldato che si è scoperto regista, arriva finalmente anche a Parma il film che ha trionfato all’ultima Mostra di Venezia: una pellicola dalla visione forte e originale, interamente ambientata all’interno di un carrarmato, novello leviatano, mostro d’acciaio arcaico e ciclopico, che si muove e respira come l’occhio di un cinema di cui riscrive la grammatica nel suo stesso farsi. 
Quasi completamente in soggettiva, con la cinepresa (e lo sguardo del pubblico) che va a sovrapporsi (con intelligente, per non dire geniale, intuizione) al mirino del cannone del tank - vera e propria finestra aperta su un incubo sin troppo reale -, mentre una colonna sonora di spari, ferraglia, rumori meccanici (nella trasformazione disumana dell’uomo in macchina, automa) suona la sua sinfonia di morte, «Lebanon», nel seguire dal «di dentro» la prima missione di quattro giovani e inesperti soldati israeliani nel conflitto del Libano dell’82, firma col sangue una parabola brutale e umanista sulla follia ipocrita di una guerra che non si può vincere.
Quella che il 47enne Samuel Maoz, autore esordiente di questo film claustrofobico, dolorosissimo e parzialmente autobiografico, ha visto (inviato nel primo conflitto del Libano venne anche ferito a una gamba) molto da vicino, esperienza brutale che, come l’Ari Folman di «Valzer con Bashir», ha dovuto in un certo senso rimuovere prima di trovare il coraggio e la forza di rappresentarla in tutta la sua necessità. Nel teatro dell’assurdo di un war movie trasformato in un dramma da camera, «Lebanon» avanza implacabile tra campi di girasoli in cui smarrirsi (un’immagine simbolo che non dimenticheremo facilmente) e mondi ridotti in macerie, nel caos non più gestibile di civili massacrati, ordini sbagliati, spari, urla, perdita di sé. Là dove, prima del compassionevole, splendido, finale, il cinema indossa la divisa per sgranare il rosario di un’altra via crucis, diventando uno dei più efficaci atti d’accusa contro la follia senza via d’uscita di un conflitto che è tutti, orrore comune che uccide prima di uccidere.
Giudizio: 4/5
 
SCHEDA
REGIA  E SCENEGGIATURA: SAMUEL MAOZ
FOTOGRAFIA: GIORA BEJACH
MONTAGGIO: ARIK LEIBOVITCH
INTERPRETI: OSHRI COHEN, MICHAEL MOSHONOV, ITAY TIRAN, DUDU TASSA
GENERE: GUERRA
 GER/ISR/FRA/LIB 2009, COLORE, 1h e 30'
DOVE: EDISON
 

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