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John Lennon: l'intervista perduta

John Lennon: l'intervista perduta
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LONDRA, 17 DIC – Sei ore di botta e risposta serrati, seduti a gambe incrociate su pesanti tappeti di lana indiani. Nessun argomento tabù, solo tanta voglia di mettere i puntini sulle 'ì. È l'intervista 'perduta' a John Lennon fatta nel dicembre del 1968 da due studenti ventenni della Keele University dopo che la rivista radicale di Tariq Ali, Black Dwarf, aveva accusato i Beatles di essersi «venduti» all’establishment. Parole dure che Lennon – tra una fetta di pane e marmellata cucinata da Yoko Ono e l’altra – respinge al mittente: «Il sistema fa schifo, è vero. Ma abbatterlo non serve a niente. Meglio sovvertirlo dall’interno».

C'è di tutto in quest’intervista scritta da Maurice Hindle, oggi professore della Open University. Che fatta eccezione per una breve versione pubblicata al tempo dal giornalino universitario della Keele non ha mai visto la luce. Oggi però è stata 'scovatà dalla rivista progressista britannica New Statesman e messa al centro del numero di Natale. C'è la musica di Lennon e dei Beatles, il rapporto coi soldi, l’infanzia triste nei sobborghi di Liverpool ma soprattutto il cambiamento, il sogno di un mondo diverso. «Il punto è cambiare la mentalità della gente», dice Lennon.

«Non serve a niente – prosegue – buttare giù un paio di maledetti Tory. Voglio dire, se abbatti il sistema chi andrà al potere? Quelli che hanno menato di più le mani, come in Russia. Saranno loro a comandare. Alla fine credo che tutto passa attraverso la testa delle persone». Niente rivoluzione armata dunque. «Il mio punto di vista è quello che sono, capisci? Tutto quello che dico nelle mie canzoni e quello che faccio. Ok, noi, i Beatles, ci siamo fatti i capelli a caschetto per arrivare dove siamo. Ma questo è quello che succede quando a scuola ti mettono in un angolo: o scendi a compromessi o ti schiacciano del tutto. Se posso preferisco evitare di essere crocifisso. Ma devo ancora incontrare qualcuno che non è sceso a compromessi ed è rimasto vivo». Il metodo, dunque, è non scordare da dove si viene mentre si fa la guerra al sistema.

«E' – continua Lennon – quello che abbiamo fatto con i Beatles: sovvertire il sistema. Anche se siamo quasi andati sotto mentre lo facevamo. Ci hanno fatto persino baronetti. Probabilmente una delle più grandi pagliacciate che questo Paese abbia mai visto: ma questa è sovversione, questa è rivoluzione». Una lotta che ha però reso i quattro ragazzi di Liverpool ricchi e famosi. «Il mio obbiettivo non era avere successo, il casone e dieci macchine. Ma c'è sempre stato quel pensiero che diceva 'mmm, se succede poco malè. Credevo che essere ricco mi avrebbe liberato. E mi ha liberato, ma solo da Liverpool. Ho dovuto possedere delle cose per rendermi conto che non ne hai bisogno».

I soldi, incalza Hindle, non portano dunque alla felicità? «No. Tutti i ricchi che ho incontrato sono nella stessa barca. Non ho mai conosciuto nessuno che è completamente felice. Le persone che stanno meglio sono quelle che riescono ad 'esserè più spesso degli altri». Dipingere, suonare, esprimere il meglio di sè. «Tutti hanno qualcosa dentro: basta solo tirarlo fuori». Una visione del mondo, quella di Lennon, che alla fine si può riassumere come idealistica ma anti-ideologica. Un peccato mortale nei turbolenti anni della contestazione. «Ti dico una cosa», conclude Lennon. «Se queste persone dovessero davvero dare inizio alla rivoluzione, io e i Rolling Stones saremmo i primi ad essere fucilati».
 

(Ansa - Mattia Bernardo Bagnoli)

 

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