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Donato Renzetti: «La zampata verdiana c'è»

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di Elena Formica

Finalmente non dovremo fare i conti con «Il Capolavoro». Innumerevoli i vantaggi: primo fra tutti la libertà di ascoltare questa musica - che è di Verdi, eccome! - senza sopportare il peso di enormi disquisizioni e di una trita sintassi zeppa di superlativi. «Un giorno di regno», titolo inaugurale della Stagione lirica 2010 al Teatro Regio di Parma (da venerdì), è la seconda opera composta da Verdi dopo Oberto conte di San Bonifacio e non è passata alla storia come un colpo di genio. Anzi: la «prima» scaligera del 1840 fu un fiasco e non servì a sdoganarla il successo ottenuto a Venezia nel 1845. Verdi, parecchi anni dopo, così scrisse a Ricordi: «Io non ho più visto da quell'epoca il Giorno di regno, e sarà certo un’opera cattiva, pure chi sa quante altre non migliori sono state tollerate o forse anche applaudite». Impossibile dargli torto. Aveva appena perso la moglie Margherita Barezzi, i figlioletti Virginia e Icilio erano già nella tomba: Verdi avrebbe volentieri rinunciato al contratto con l’impresario Merelli - che dopo «Oberto» gli aveva commissionato tre opere - ma questi non ne volle sapere e «Un giorno di regno» andò puntualmente in scena alla Scala il 5 settembre 1840. Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani: che Verdi, in lutto, potesse applicarsi «giocosamente» al comporre musica per una commedia (Le faux Stanislas di Pineux-Duval da cui derivava il libretto) era impensabile, ma l’opera fallì per diverse ragioni, fra cui la cattiva prova resa dai cantanti, le aspettative deluse dopo l’exploit di «Oberto» e l’essere tardiva rispetto ai nuovi gusti del pubblico. «Eppure anche in Un giorno di regno la zampata verdiana c'è», sostiene Donato Renzetti, bacchetta italiana tra le più affermate al mondo, che dirigerà quest’opera al Regio dopo il successo dei «Due Foscari» nell’ultimo Festival Verdi. La regia sarà di Pier Luigi Pizzi, che aveva firmato l’allestimento nel 1997. In locandina spicca il nome di Anna Caterina Antonacci nel ruolo della Marchesa del Poggio. «Potremmo catalogare Un giorno di regno come un "ibrido melodrammatico" - spiega Renzetti - perché siamo di fronte a una mescolanza di stili: non è il Verdi che ci si aspetta, non è Rossini, non è Donizetti. Tra l’altro è un’opera assai difficile da dirigere, soprattutto se l’obiettivo è mantenerne coesa la vivacità ritmica. Io credo che Verdi abbia accettato di scrivere un’opera comica per sfatare le tragedie che si erano abbattute sulla sua vita. E oserei dire che proprio lì si annida il seme di quel "Tutto nel mondo è burla" che chiude il Falstaff». «L'orchestrazione è "buonina" - prosegue il maestro - ma non va dimenticato che è anche presente il clavicembalo, probabilmente in segno di continuità rispetto al genere operistico di riferimento. Da ciò si arguisce come non sia facile, in tale contesto, rendere più lievi o coerenti certe sonorità che preludono alle sciabolate del Verdi futuro». Questa sera, dopo la prova generale aperta di «Un giorno di regno a Parma»,  Donato Renzetti dirigerà nella prestigiosa Sala Verdi del Conservatorio di Milano il Requiem di Mozart e un oratorio di Schönberg (A survivor of Warsaw) per ricordare le vittime della Shoah nel Giorno della Memoria.  Domani, nel Duomo di Milano,  dirigerà nuovamente il Requiem mozartiano. «L'invito per Un giorno di regno - precisa il maestro - mi è arrivato poco prima di Natale e l’ho accettato, malgrado avessi già questi impegni a Milano, perché sono davvero affezionato a Parma. E anche perché ho diretto praticamente tutto il repertorio di Verdi e Un giorno di regno mi mancava. Così, in attesa del prossimo Simon Boccanegra a Bilbao e della ripresa di Luisa Miller a Torino, aggiungo ora un altro tassello verdiano alla mia carriera, pensando con gioia che al Regio debuttai proprio con una rarità assoluta come la Jerusalem di Verdi, secondo solo a Gavazzeni nel dirigere quest’opera in epoca moderna».

 

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