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72esima mostra da oggi al 12 settembre

Venezia può scalare le montagne

Si parte stasera con «Everest», kolossal in 3DVariegata la pattuglia dei quattro italiani in gara. Fuori concorso un docu coprodotto dalla nostrana Solares. Attesa per il divo Vasco

Venezia può scalare le montagne
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Per guardare in basso c’è sempre tempo. E la Mostra non è tipa da chinare la testa. Allora tanto vale mirare alto, sognare e far sognare, rivolgendo lo sguardo lassù: alla cima, a quella vetta che sembra irraggiungibile. Arrampicandosi, passo dopo passo, con lo zaino pieno di curiosità, su un orizzonte verticale, dove l’aria è più sottile, il cielo più terso, le emozioni più autentiche. Ma mica è facile: che la salita è lunga e pure impervia. E le vertigini assicurate.

Ed è proprio la vertigine del cinema quella che promette a tutti, indistintamente, Venezia, pronta a scalare le montagne pur di portare l’arte delle immagini in movimento un metro più vicino al cielo, alzando ancora un poco l’asticella della verità e dell’immaginazione. Una sfida, la 72esima Mostra del cinema del Lido: come affrontare l’Everest. Che non a caso dà il nome al filmone in 3D (con tanto di supercast, da Gyllenhaal alla Knightley) che stasera apre le danze, storia vera e disgraziatissima di una spedizione del ‘96, con tanto di campo base ricostruito a Cinecittà e set proibitivo in Val Senales, a 30 sottozero, fatica e sole mai. Una pellicola estrema che l’islandese Kormakur ha tratto da un libro di Jan Krakauer, lo stesso autore che ispirò Sean Penn per il suo bellissimo «Into the wild». Insomma, le premesse per partire col piede giusto (cosa che il festival fa ormai d’abitudine: basta pensare alle ultime due fortunatissime inaugurazioni poi battezzate con l’Oscar di «Gravity» e «Birdman») ci sono tutte: ma è scesi dalla montagna che comincerà il difficile.

Mai così rock, con Vasco Rossi attesissimo protagonista di un documentario-omaggio, un film su Janis Joplin e Laurie Anderson che elabora in un territorio a lei sconosciuto (il cinema) il lutto per la morte del marito, il mito Lou Reed, trasversale nel fare convivere sotto lo stesso tetto la Hollywood più tosta - di denuncia («Spotlight», in cui un gruppo di giornalisti svela gli abusi sui bambini perpetrati da alcuni sacerdoti della diocesi di Boston) o a mano armata (il gangster movie «Black Mass», con un irriconoscibile e feroce Johnny Depp) - e leoni da cineclub (Sokurov, che dopo avere conquistato l’Hermitage racconta ora il Louvre sotto l’occupazione nazista, e Gitai che scandisce l’ultimo giorno di Rabin), ancorata, con orgoglio, alla realtà (molte le storie vere o verosimili) ma capace di leggere le trasformazioni del mercato («Beasts of no nation» che Netflix distribuirà direttamente su Internet), la Mostra farà a meno, per forza e per destino, dei nomi più altisonanti sul mercato (non pervenuti, né qui né altrove, Scorsese, Tarantino e Spielberg, tanto per buttare lì tre nomi) senza arretrare però di un passo nel suo vorace desiderio di credere e di stupirsi, alla ricerca di una crepa invisibile, di mondi altri, di una poesia che può essere anche dolorosa ma non per questo meno necessaria.

Bizzarra in questo senso appare la pattuglia italiana, presente in concorso con ben quattro film, singolari e rischiosi: da Bellocchio che dalla sua Bobbio si muove tra passato e presente, fondendo con un triplo salto mortale due cortometraggi che originariamente avrebbero dovuto avere vita a sé, allo schivo Gaudino che porta la Golino nelle viscere di una Napoli mai vista, da «L’attesa» in un tempo sospeso del debuttante Messina al «Bigger Splash», rockettaro, seducente e psichedelico di Guadagnino.

C’è soprattutto, a giudicare dai titoli in cartellone, una gran voglia di raccontare, un’esigenza, anche politica, di confrontarsi: dai genitori in cerca della figlia scappata di casa nell’australiano «Looking for Grace», all’anziano di Egoyan che (in un film che parte da un intreccio in parte simile a quello di «This must be the place») vuole vendicarsi di una guardia nazista, dai bambini soldato di Fukunaga (il regista del primo «True detective») ai ragazzi in un futuro privo di emozioni del giovane Doremus.

Gara equilibrata, comunque, priva di un vincitore annunciato: antenne dritte per «The danish girl», forse il più atteso, con la storia del primo uomo che cambiò sesso (dirige il regista de «Il discorso del re»), Skolimowski, Giannoli e il suo soprano stonatissima (roba che ai loggionisti del Regio verrebbero i capelli verdi) e Trapero, che ne «El clan», racconta la vicenda realmente accaduta di una famiglia benestante specializzata in sequestri di persona...

Lo scopo, perseguito (non solo) dagli organizzatori, è staccarsi dal convenzionale per avvicinarsi al limite (il cartoon intellettuale e in stop motion di Kaufman o i nani gemelli e lottatori di Ripstein, ad esempio...), dando spazio a tutti, anche a un Paese che misura meno di mezzo chilometro quadrato: come Città del Vaticano, con «L’esercito più piccolo del mondo». Quello delle guardie svizzere a cui dà voce Gianfranco Pannone, regista di un documentario che, coprodotto dalla nostrana Solares, porta alla Mostra anche un pizzico di Parma.

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