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Film recensioni - Invictus

Film recensioni - Invictus
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 Filiberto Molossi

Curioso sport il rugby: per andare avanti devi passare la palla indietro. Di corsa, mentre la linea dell’orizzonte si confonde con quella della meta: e la gloria si desta dal fango. E no, non c'è niente da fare: non puoi battere l’avversario (né la Storia...) se non sai chi - e cosa - hai al tuo fianco o alle spalle. Perché nella mischia selvaggia del mondo che cambia «il passato è passato»: e solo chi è padrone del suo destino può permettersi di stringere nel petto un’anima invincibile. 
Non è un film sul rugby, «Invictus», e nemmeno (o almeno non solo) sulla (ri)nascita di una nazione: ma è, più di tutto, un film sulla comprensione. Che è capire qualcosa dell’altro, mettersi in gioco, calciare l’ovale oltre i pali del pregiudizio: e rifiutare il proprio rifiuto. Là dove solo «il perdono cancella la paura»: e l’esempio di ieri diventa la lezione di domani. Chissà se lo ha ancora da qualche parte, magari in un vecchio baule dimenticato in un angolo, quel poncho che lo ha reso famoso: lui che tra tre mesi compie 80 anni e non ha alcun timore di farsi male. Nemmeno se nel campo infinito della riconciliazione si trova davanti gli All Blacks, neppure se i capelli sono bianchi e la pelle raggrinzita. Ha molto da insegnare, e gliene siamo grati, Clint Eastwood, gigante incorruttibile del cinema che amiamo: e lo fa anche questa volta, alla sua maniera, girando un film colmo di pragmatica saggezza, pieno di fatica e di speranza, di lividi, di sudore, di «fede». 
Da sempre interessato alle dinamiche interpersonali, al confronto, anche aspro, tra le differenze, Eastwood, ispirato dal libro «Ama il tuo nemico», affronta un episodio emblematico della vita di Nelson Mandela, passando la palla del tempo indietro fino al 1995: Mandela - il leader per cui nessuno era invisibile -, è stato eletto, dopo 27 anni trascorsi in cella, presidente del Sudafrica. L’apartheid è sconfitto, il razzismo ancora no: il Paese è diviso, l’agognata democrazia minata dalla voglia di vendetta. E allora ecco l’idea: il presidente convoca Francois Pienaar, il capitano dell’arrugginita nazionale di rugby, amata esclusivamente dai bianchi. E gli chiede l’«impossibile»: diventare la squadra di tutti. E vincere il campionato del mondo per riunificare la nazione...
Fatto di Mandela un’icona umanissima, padre di una patria non ancora nata ma per cui vale la pena fare il «tifo», Clint si getta nella mischia senza esitazioni giocando a carte scoperte; certo, «Invictus» non vale «Gran Torino», a volte è sin troppo edificante, altre didascalico: ma resta un film solido, fisico, pieno, a tratti anche evocativo e struggente. Capace di osservare dalla giusta distanza la trasformazione dello «sconcio del mondo» nella «nazione arcobaleno», il regista alterna le riuscitissime e frenetiche sequenze delle partite (dove la macchina da presa è, mai come questa volta, nel cuore dell’azione) ai suoi classici movimenti lenti, come se ogni gesto, ogni espressione, fosse figlio di una malinconia solo accennata che si posa sulle cose, sugli oggetti, sulla polvere: qualcosa che non si vede, ma c'è. 
Là dove altri strappano, Eastwood ricuce: e mentre lo sport diventa nuovamente specchio della vita, risposta possibile (e plausibile) ai bisogni del singolo e della società, regala due ruoli da Oscar a Morgan Freeman (che sparisce dentro il personaggio di Mandela dettando una splendida lezione di misura) e a Matt Damon (Pienaar), due amici con cui è spesso buona la prima. Perché come la maggior parte dei suoi personaggi Clint sa che il tempo è troppo poco per poterlo anche perdere. 
Giudizio: 4/5
SCHEDA
REGIA:  CLINT EASTWOOD
 SCENEGGIATURA: ANTHONY PECKHAM DAL LIBRO DI JOHN CARLIN
FOTOGRAFIA: TOM STERN
MUSICA: KYLE EASTWOOD E MICHAEL STEVENS
INTERPRETI: MORGAN FREEMAN, MATT DAMON, TONY KGOROGE, ADJOA ANDOH, MARGUERITE WHEATLEY
Usa 2009, colore, 2 h e 13'
GENERE: BIOGRAFICO/SPORTIVO/DRAMMATICO
DOVE: CINECITY, WARNER-THE SPACE, D'AZEGLIO, CRISTALLO (Borgotaro) 
 

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  • angelo

    01 Marzo @ 07.47

    Come sempre il grande Clint non sbaglia un colpo.

    Rispondi

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