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Spettacoli

Film recensioni - Shutter Island

Film recensioni - Shutter Island
3
di Filiberto Molossi
E' il rumore di una matita che violenta un foglio bianco:   meno di un sibilo, molto più di uno schiaffo. E' quel rumore lì, insostenibile, quel gesto ossessivo e senza pace: un ghigno feroce e sdentato, un trapano che urla nel cervello. E' questo «Shutter island», più di ogni altra cosa: una pagina vuota che si lacera prima che un'altra venga scritta. 
Nel mistero della mente che si incrina, il doppio sogno di una ferita che genera mostri: non ci sono vincitori - ma solo vinti -, nel grande complotto del senso di colpa che ti fotte la testa. E' di cenere e di fumo, gonfio di pioggia e livido di brutti presentimenti, il nuovo film di Martin Scorsese: che dopo l'Oscar per «The departed» continua a rileggere alla sua maniera  (con nerbo e personalità) i generi disseminando di trabocchetti gotici un thriller psicanalitico, incubo a occhi aperti che affascina e respinge, apologo ispirato e attuale (nonostante la chiara ambientazione anni '50), ma a tratti anche confuso, sulla rimozione, peccato capitale di un'umanità in perenne fuga da ciò che ha fatto.
La storia labirintica di Teddy Daniels, agente dell'Fbi «cresciuto dai lupi» inviato su un'isola che ospita un manicomio criminale: una paziente - che ha ucciso, annegandoli, i  tre figli - è scappata. Sparita nel nulla, come evaporata dalla sua cella, svanita da un luogo da cui sembra impossibile fuggire: a Teddy e al suo collega il compito di ritrovarla. Anche se il bersaglio, in realtà, è più grosso: l'agente, infatti, sospetta che i medici del manicomio conducano atroci esperimenti per annullare la  volontà umana...
E' bello (anche molto, nella sua magistrale ricerca estetica) ma non spacca, «Shutter island», thriller onirico-paranoico ottimo e tesissimo per tutta la prima parte, poi via via meno suggestivo e «moderno» nel suo dipanarsi verso l'inevitabile resa dei conti. Impermeabili e fucili, grate e reticolati, filo spinato e brutte cravatte:  fatti suoi alcuni stilemi ultra-classici (il faro, la tempesta, la scogliera, le scale a chiocciola, il manicomio, lo scienziato pazzo...), Scorsese approda sull'isola che (non) c'è dei freaks e dei reietti per aprire le celle dei fantasmi della mente:  là dove il tono horror è una pennellata d'artista nella riflessione crudele e magari ridondante, ma per nulla banale ed estemporanea,  sulla memoria negata. Ma, tra reminiscenze dell'olocausto e guerra fredda, il regista di «Taxi driver» si esalta in particolar modo, complice la splendida fotografia antinaturalistica di Robert Richardson (due Oscar sulla mensola e varie nomination nel cassetto), nella rappresentazione potente di un cinema-cinema sottolineato dai colori polarizzati e dai bianchi accecanti, là dove la citazione delle atmosfere di schermi che furono si trasforma in segno ed espressione grazie a carrellate magnifiche e a dolly sontuosi.

Campione di incasso negli Stati Uniti, ispirato a un romanzo cupo e giallissimo di Dennis Lehane (l'autore di «Mystic river»), «Shutter island», interpretato da un Leo DiCaprio sufficientemente smarrito (anche se chi davvero resta sono i protagonisti di contorno: Michelle Williams, Max von Sydow, Patricia Clarkson), rende un po' troppo «telefonato», il primo colpo di scena finale, prendendo però il pubblico in contropiede col secondo, che rimescola ancora le carte: scelta estrema e volontaria di chi non ha paura della morte perché all'inferno c'è già stato.  
Giudizio: 3/5

SCHEDA
REGIA:  MARTIN SCORSESE
SCENEGGIATURA:  LAETA KALOGRIDIS (dal  romanzo di Dennis Lehane)
FOTOGRAFIA: ROBERT RICHARDSON
MONTAGGIO: THELMA SCHOONMAKER
PRODUCTION DESIGN: DANTE FERRETTI
INTERPRETI:  LEONARDO DICAPRIO, MARK RUFFALO, BEN KINGSLEY, MAX VON SYDOW, MICHELLE WILLIAMS 
GENERE:  THRILLER
Usa/Italia 2010, colore, 2 h e 18’
DOVE: CINECITY E WARNER-THE SPACE


 

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  • renzo

    18 Marzo @ 15.47

    Se non siete adolescenti e ricordate ancora Shining di Kubrik del 1980, e più di recente avete visto A Beautiful Mind di Howard del 2001, mischiate i film in parti uguali e avete una preview di shutter island... se è il vostro genere di cinema, andatelo a vedere, vi piacerà.

    Rispondi

  • pietro fornari

    07 Marzo @ 22.52

    Un marito dal passato traumatico che non coglie la gravità del disagio psichico della moglie. Un disagio femminile sempre più forte, tra frustrazione e depressione, che si scarica sui figli, lasciando all'uomo il compito improvviso di elaborare il peggiore dei drammi, tra raccapriccio e senso di colpa. E' lo schema tante volte sentito nella cronaca nera dei nostri giorni a costituire lo scheletro di un film che si dichiara fin da subito interessato a sondare la resistenza della psiche alla sofferenza estrema e la sua capacità di accettare il terribile. Mi pare che Shutter Island si muova soprattutto qui, in questo ambito nel quale l'identità delle persona viene messa a prova durissima dagli eventi tragici che scaturiscono soprattutto dalle follie collettive. C'è un punto di rottura, sembra dire il film, a cui ognuno di noi può arrivare se la Grande Storia e il destino personale - fatto anche di una predisposizione psicopatologica - mettono insiene uno scacco matto da cui è impossibile sottrarsi. Scorsese, con l'aiuto di attori di grande carisma e capacità espressiva, parla di ognuno di noi, della ragnatela di indefinitezza nella quale siamo calati, in cui il bene e il male, la salute e la malattia, l'interno e l'esterno, la buona fede e l'intento malvagio continuamente si sovrappongono tentando di prendere il timone della nostra vita e portarlo nella propria direzione. L'avrà fatto volontariamente? A prima vista si direbbe di sì, anche se alcuni luoghi comuni (la nebbia della mente, la tempesta interiore), la precoce scontatezza della trama (chi è il 67° paziente, la figura del terapeuta) e non poche imprecisioni relative alle cure psichiatriche e al contesto storico fanno pensare che, per una volta, il regista non abbia padronanza completa della materia che tratta. Tuttavia, anche se si arriva al primo colpo di scena finale senza che ormai lo sia più, il secondo colpo di scena che segna la fine del film - di lì a un minuto - riesce ancora a sorprendere. Con Scorsese si vola sempre alto e quindi già ci si aspetta il sapiente utilizzo dei collaboratori (in particolare la fotografia) e la spettacolarità estetica come uno degli strumenti espressivi principali proprio nei momenti più drammatici, ma proprio per questo lascia perplessi il calo di tensione e di ritmo nella seconda parte, nella quale appunto si ha tutto il tempo di intuire "qual è l'inghippo". Possono dar fastidio - e a me personalmente l'hanno dato - le troppe e insisitite scene sui corpi dei bambini morti, che per quanto necessarie alla narrazione si inseriscono nella ormai diffusissima moda di fare film basati sulla morte violenta dei piccoli, come il recente e discutibile Amabili Resti di Peter Jackson dimostra. Shutter Island resta comunque un film di indubbio interesse, capace di far riflettere sulla reale capacità di cogliere o meno le nostre difficoltà profonde e quelle di chi ci vive accanto.

    Rispondi

  • niko's

    07 Marzo @ 22.33

    un labirinto onirico pervaso da pennellate crude e condensate...colori graffianti e acidi, accecanti in una trama fitta e avvolgente...consapevolezza o enigma per viaggio in mondi interiori sconosciuti....

    Rispondi

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