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Gallione: "Il Simon Boccanegra? E' Genova"

Gallione: "Il Simon Boccanegra? E' Genova"
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di Lucia Brighenti

Genova la superba, dominatrice dei mari, città contraddittoria dove un corsaro come Simon Boccanegra può diventare doge e trasformarsi in uomo di pace. Nel descrivere l’ambientazione dell’opera verdiana, che debutterà al Teatro Regio di Parma il 23 marzo, racconta la sua città il regista Giorgio Gallione, genovese di nascita, direttore artistico del Teatro dell’Archivolto e scrittore teatrale: «Genova è caratterizzata da forti contrasti sia architettonici che cromatici, una città in salita, sghemba, rubata alla roccia dove non c'è mai equilibrio. Non ha la calma prospettica della città rinascimentale, cromaticamente è in bianco e nero, con palazzi di marmo e ardesia, come dottor Jekyll e Mr. Hyde, ed è caratterizzata da spazi angusti, da vicoli strettissimi. Da questo punto di vista è una città allarmante, ma improvvisamente svolti e sei in riva al mare, lo spazio si apre, c'è un’esplosione di colore. Non ci sono vie di mezzo. I sentimenti dei personaggi di "Simon Boccanegra" sono simili a questa città ripida e sconnessa: tutti in cerca di un equilibrio, il paradosso è che lo trovano solo nel momento della morte, in un cinico "happy end"». Per rendere l’ambientazione, la regia si appoggia su scenografie e costumi di Guido Fiorato, anch'egli genovese. «Entrambi abbiamo dei riferimenti logistici molto precisi - spiega ancora Gallione - Per il sagrato la scenografia si ispira a Piazza di Campo Pisano con il suo acciottolato bianco e nero. Dopo la battaglia della Meloria, che sancì la definitiva vittoria di Genova su Pisa, il doge genovese fece seppellire tutti i nemici in una grande fossa comune sotto questa piazza. Quando gli fu chiesto perché, rispose: "Cosi li calpesteremo per sempre". È una vicenda che per contrasto ha a che fare con il "Simon Boccanegra". Boccanegra è un uomo di guerra, un potenziale assassino, ma da quando diventa doge lavora per creare la pace. È un simbolismo molto forte che nasce dalle convinzioni patriottiche di Verdi». Arrivato a Parma lunedì pomeriggio per le prove dell’opera - un allestimento del Teatro Comunale di Bologna e del Massimo di Palermo - Gallione ha dato indicazioni ai cantanti su movimenti e recitazione: «Quello che vorrei passasse dei personaggi è che sono tutti molto giovani. Il libretto è spietato in questo: ognuno deve fare scelte radicali in un secondo, senza averne alcuna esperienza. È una storia piena di paradossi: alla fine del prologo Simone, eletto doge, viene portato in trionfo un secondo dopo aver saputo che la donna da lui amata è morta. È tutto un bombardamento emotivo. Stiamo lavorando su questo aspetto, ma non è affatto semplice». Per il Teatro Regio Giorgio Gallione ha già curato la regia di «Dinorah» di Meyerbeer, nel 2000. A Parma è però conosciuto anche come regista di prosa (collabora tra l’altro con scrittori e drammaturghi come Stefano Benni, Daniel Pennac, Francesco Tullio Altan e Michele Serra). Proprio lo scorso dicembre per la sua regia è andato in scena a Teatro Due «Ragazze nelle lande scoperchiate del fuori» di e con Lella Costa.
 

 

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