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Spettacoli

L'amore ai tempi del telefono

L'amore ai tempi del telefono
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Alessandro Rigolli


La forza delle creazioni artistiche risiede, oltre che in parametri estetici riconosciuti quali canoni più o meno condivisi e codificati, anche - se non soprattutto - nella capacità di comunicare non tanto un preciso significato ma una sensazione, un’atmosfera, uno stato d’animo. Un dato che, se presente, attraversa il tempo scavalcando le mode e le tendenze stilistiche, rinnovandosi ogni volta attraverso un gioco sempre sorprendente, sempre attuale.
Un meccanismo, questo, che abbiamo ritrovato anche nella messa in scena offerta dal Teatro Comunale di Bolzano in occasione di questo nuovo allestimento di due tra le pagine di teatro musicale più frequentate del Novecento: «La Voix Humaine» di Francis Poulenc e «The Telephone» di Gian Carlo Menotti. Il motivo dell’assidua presenza di questi due titoli, spesso accoppiati, sui palcoscenici di teatro musicale contemporaneo è da rintracciare da un lato nella brevità dei due lavori - si tratta infatti di «comodi» atti unici definiti dagli stessi autori rispettivamente «Tragédie-lyrique» il primo e «opera buffa» il secondo - e dall’altro dalla capacità di affrontare, sia pure con sguardi differenti, uno dei problemi del nostro tempo, vale a dire l’incomunicabilità. Protagonista dell’opera di Poulenc, che data 1959 e il cui libretto è tratto da un precedente monologo di Cocteau, è una donna sola con il ricordo di un amore che si trasforma in un dolore sempre più lontano sul filo di un dialogo telefonico in cui la musica scava inesorabile in una disperazione sentimentale che qui la voce di Cristina Zavalloni ha saputo rendere con grande ispirazione, capace di plasmare la sua identità interpretativa nella dimensione astratta e universale della solitudine femminile. Una vocalità plastica e sicura, che conferma questa cantante tra le più duttili e consapevoli del nostro panorama. Dalla disperata lontananza di Poulenc si passa all’inesorabile incapacità di comunicare che Menotti tratteggia con sottile senso dell’umorismo in «The Telephone», andato in scena per la prima volta a New York nel 1947, dove un innamorato non riesce a dichiararsi all’amata a causa delle continue telefonate di lei. Una situazione surreale che si sbocca solo quando lui si decide a telefonarle, chiedendo la sua mano a una cornetta e ottenendone l’agognato «sì». Anche qui bravi i protagonisti Blerta Zhegu e Mattia Nicolini, come efficace si è rilevata la scelta registica (Sandro Pasqualetto) di unire in un luogo unico le due vicende, collocato dalle scene di Cristina Alaimo in un albergo ispirato alle atmosfere della New York di Edward Hopper. Un «non luogo» riempito dalla musica ben diretta da Emir Saul alla guida da una Orchestra Accademica «Claudio Monteverdi» che ha sorpreso per la qualità dell’esecuzione che vedeva protagonisti gli allievi dell’omonimo Conservatorio, dimostrando, tra gli applausi convinti del pubblico, che il mondo della formazione e quello professionale non sono poi così impossibili da mettere «in comunicazione».


 

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