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Monicelli: «Il cinema italiano? Non ha più coraggio»

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 Laura Ugolotti

Ha ragione Luca Fontana: «Del cinema di Mario Monicelli c’è ancora un enorme bisogno».
Lo dimostra il fatto che ieri, quando il regista è apparso alla Sala concerti della Casa della Musica, ospite del quarto incontro della serie «Bisogno di eroi», il pubblico lo ha accolto con un’istintiva standing ovation.
C’è bisogno di Mario Monicelli e del suo cinema; per questo è stato invitato a prendere parte ad una delle venti conversazioni con Luca Fontana «su opere e persone indispensabili».
E il motivo per cui il regista e sceneggiatore viareggino è indispensabile sta tutto nella poesia dei suoi film, le cui scene sono state riproposte ieri nel corso dell’incontro. A cominciare dalla scena finale de «La Grande Guerra», con la fucilazione dei due soldati, Alberto Sordi e Vittorio Gassman: «Sulla Prima Guerra Mondiale fino ad allora c’era stata molta retorica, cavalcata anche dal fascismo - racconta il regista -; ho voluto fare quel film per raccontare la realtà, e cioè che quella fu una guerra infame in cui morirono 600 mila giovani. Dopo il film nessuno ha più creduto alla glorificazione di quel conflitto».
I film di Monicelli non raccontano storie d’amore («Non credo alle storie d’amore - ha spiegato - rendono tutto meno autentico»), né di individui, ma di gruppi: «Gruppi di sprovveduti e sfortunati che tentano un’impresa che poi fallisce. Ma nel mezzo accadono cose, divertenti, commoventi», spiega.
Come nella storia dell’Armata Brancaleone: «Un film che all’inizio non era stato accolto bene - ricorda il regista -. Alla prima Gassman litigò con il pubblico che contestò la pellicola. Il problema era il linguaggio, per alcuni incomprensibile».
Il grande successo dell’Armata Brancaleone fu sancito dai ragazzini: «Per loro capire quel linguaggio, che si rifaceva a Jacopone da Todi e a San Francesco, fu istintivo; lo fecero loro e il film diventò un successo».
E ancora sul video scorrono le immagini di «Totò e Carolina» e dell’indimenticabile «I soliti ignoti». 
«La commedia italiana» per antonomasia fa ancora ridere il pubblico, che conosce a memoria le battute e i nomi dei personaggi, e li suggerisce al regista alla prima esitazione.
«Credo che il tuo film più riuscito - gli fa notare Fontana - sia “Risate di gioia”»; «Quel film chiudeva un’epoca - ha risposto Monicelli - e segnava la fine di una generazione che stava scomparendo, e che sarebbe stata sostituita da quella del ‘68».
«Ma lei - gli chiede in chiusura il saggista - si interessa al cinema italiano?».
«Mi interesserei se ci andassi, ma non ci vado mai al cinema. Vivo da solo e faccio fatica. Non ho nemmeno il cellulare, come  chiamo un taxi per tornare a casa?», scherza il regista, che aggiunge: «Il problema del cinema di oggi è che non ha coraggio, non dice la verità e non mostra la realtà per quella che  è».
Standing ovation, Maestro. 
 

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