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«Yes, oui Cannes» è qui il cinema: con un po' d'Italia

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Dal nostro inviato
Filiberto Molossi

Ha molte frecce al suo arco e un unico bersaglio: l’oblio. Per costruire un’altra edizione (la numero 63) da non dimenticare, il Festival di Cannes mira dritto al cuore della platea rubando ai «ricchi» per dare ai «poveri»: con un cartellone che privilegia la ricerca al glamour, più austero che modaiolo, privo dei nomi altisonanti da Dream team dell’anno scorso, ma pieno zeppo di «bastardi» e non in cerca di gloria, amici ritrovati (l'inglese Mike Leigh, scartato ai tempi di «Vera Drake», poi trionfatore a Venezia), scommesse assolute e veterani (Kiarostami, Kitano...) pronti al riscatto. E un italiano - Daniele Luchetti - cresciuto (bene) all’ombra del mito Moretti.

Croisette delle meraviglie
 Sotto lo sguardo divertito di Tim Burton, il più bizzarro e spettinato dei presidenti di giuria, la Croisette si trasforma per dodici, entusiasmanti, giorni nel paese delle meraviglie: se il cinema c'è è qui che batte un colpo. Ad alzare il sipario, stasera, un arciere libertario che assomiglia a un gladiatore: nell’arena del Festival, direttamente da Sherwood, scende il «Robin Hood» di sir Ridley Scott, con Russell Crowe (e 1.200 comparse...) a dare nuova linfa alla leggenda dell’eroe caro a Riccardo Cuor di Leone. Inaugurazione mediatica, in contemporanea con il resto del mondo (il kolossal è da oggi nelle sale), poi via a una kermesse che, tra le altre cose, propone fuori gara l’ultimo Woody Allen e l’amaro ritorno a «Wall Street», nella finanza degli squali, del combattivo Oliver Stone. E, soprattutto, un concorso - tutto da scoprire - a cui sì manca un big del calibro di Malick (anche se Cannes non ha ancora perso la speranza di un arrivo in extremis), ma che, d’altra parte, a nomi sicuri alterna outsider capaci di lasciare il segno.

In lizza per la Palma
 Quindi occhi aperti soprattutto al giovane Inàrritu, il regista di «21 grammi» e «Babel» che, perso per strada l’ex amico Arriaga, porta con «Biutiful» il suo cinema mosaico nei bassifondi di Barcellona, all’esperto Tavernier, l’idolo di casa, che ne «La princesse de Montpensier» racconta i tormenti del cuore di una nobildonna del '500, ma anche alla sicurezza Mikhalkov che ha speso 60 milioni di dollari nel sequel del «Sole ingannatore» e all’arrabbiato, vibrante, Ken Loach entrato nella lista appena l'altro ieri (segno che i selezionatori, nonostante gli oltre 1.665 film visionati, a un grande autore non dicono mai di no...). Registi di peso a cui aggiungere anche l’iraniano Kiarostami, che ha girato in Italia con la Binoche (testimonial di classe sul poster ufficiale del Festival), l’intrigante «Copia conforme», storia di un uomo e di una donna che fingono di essere sposati. Insieme a loro, tentano il colpo grosso il coreano del cult «Oasis» Lee Chang-Dong oppure Doug Liman, l’unico americano in gara (con «Fair game», un thriller politico). Nessuna donna (e, specie nell’anno della Bigelow, non è bene) e, come detto, un solo italiano: di caratura media, ma con una storia cruda e «disonesta», tra il lutto e l’avidità (scioccato dalla perdita improvvisa della moglie, un uomo cerca nel denaro il risarcimento al suo dolore), che potrebbe conquistare.

Polemiche annunciate
Se a «La nostra vita» è tributato l’onore (e l’onere) del tappeto rosso, l’Italia darà la scossa anche nelle sezioni collaterali, dove, preceduto dalle polemiche (ma ho la sensazione che i francesi non perderanno il sonno per l’assenza del ministro Bondi...), arriva il «Draquila» della Guzzanti. «Le quattro volte», film pitagorico privo di dialoghi e attori professionisti di Michelangelo Frammartino ha poi guadagnato un angolo di Quinzaine: mentre in giuria, accanto ad Alberto Barbera, brillerà Giovanna Mezzogiorno. L’ultima musa di Marco Bellocchio, a cui Cannes rende omaggio affidando la lezione di cinema: una sorta di rimborso tardivo, forse, per l’assenza nel Palmares dell’anno scorso di «Vincere». E poi ancora, sparsi un po' ovunque, l’imperturbabile Godard, l’eterno De Oliveira, l’omaggio (anche da parte di Bernardo Bertolucci) a Bergman, un Frears leggero, l’America californication di Araki, le 5 e passa ore di Assayas: e una madrina, elegante e un po' seriosa come la bravissima Kristin Scott Thomas.

Il «glamour»
E i divi? Nonostante anche sulla Costa Azzurra soffino i venti della crisi, non si tirano indietro: dalla coppia Crowe e Blanchett che sfilerà già stasera (con William Hurt e Max Von Sydow ma senza Ridley Scott fermato da un ginocchio ballerino), a Michael Douglas; dall’emergente Carey Mulligan a Naomi Watts, da Anthony Hopkins ad Antonio Banderas, dall’indiana Freida Pinto (la diva di «The Millionaire») e ai nostri Elio Germano, Raoul Bova e Isabella Ragonese, premio Schiaretti 2008 a Parma. E se D&G rinuncia al party, Prada invece apre il suo monomarca: così stiamo tutti più tranquilli. In attesa che il grande cinema sconfigga la mediocrità della vita: e ci faccia tornare la voglia di credere, fare, rischiare. Yes, we Cannes. Pardon, oui Cannes.

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