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Clint Eastwood: 80 anni di una leggenda vivente

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di Francesco Norci

Magro, leggero, un po' rigido, ma con il passo ancora atletico, Clint Eastwood, leggenda vivente del cinema, si avvia verso gli 80 anni. Li compirà lunedì 31 maggio e ha già detto di non volere festeggiamenti. Ha fatto sognare il pubblico per quasi mezzo secolo, dai tempi di «Per un pugno di dollari» (1964) a pochi mesi fa, quando è uscito il suo ultimo film da regista, «Invictus», che racconta come Nelson Mandela avesse fatto del rugby uno strumento di lotta all’apartheid in Sudafrica. Clint è stato prima attore ma poi anche regista, produttore, addirittura compositore (trasferendo la passione per la musica al figlio Kyle). Sergio Leone, con una battuta diventata leggendaria, disse di lui che come attore aveva solo due espressioni: una col cappello e una senza. Può darsi, ma su quelle due espressioni Eastwood ha costruito una delle più longeve carriere, bissando in patria (nei panni dell'ispettore Callaghan) il successo ottenuto in Italia con la «trilogia del dollaro» . Per poi tirare fuori l'asso dalla manica: già a partire dagli anni Settanta, si è imposto come uno dei registi più solidi e sensibili, fin dall'esordio con «Brivido nella notte» («Play misty for me» del '71), poliziesco di belle atmosfere e di buona fattura. Poi, nonostante qualche scivolone come «Pink Cadillac», si è andato sempre più affinando fino ad arrivare a più di un capolavoro. Partendo dalla fine, l'immenso «Gran Torino», di cui era anche il solo apparentemente burbero protagonista, i due film sulla battaglia di Iwo Jima (vista da americani e giapponesi, su opposti fronti nella seconda guerra mondiale), lo straziante «Changeling» e l'altrettanto drammatico «Million dollar baby», vincitore di quattro Oscar 'pesanti': miglior film, miglior regista (Eastwood), miglior attore (sempre lui, nel ruolo di un vecchio pugile che forgia una campionessa) e miglior sceneggiatura (a Paul Haggis). Con il coraggio di cambiare che lo ha sempre contraddistinto, Eastwood ha pagato il suo tributo a tanti generi cinematografici: dal carcerario («Fuga da Alcatraz»), al road movie («Filo da torcere» e «Honkytonk man»), persino alla commedia romantica: nello struggente «I Ponti di Madison County» (1995) era un fotografo giramondo innamorato di una casalinga che non si era mai mossa dallo Wyomig, interpretata da Meryl Streep. Ma ci sono due generi che ha sempre prediletto: il western e il poliziesco, nei quali ha potuto recitare la parte che gli riesce meglio, quella del duro.
 Il western è stato il primo amore e gli ha dato la grande notorietà, ma dopo il personaggio col poncho (una sua trovata), il cappello e il sigaro in bocca della trilogia di Sergio Leone («Per un pugno di dollari», «Per qualche dollaro in più», «Il buono, il brutto e il cattivo») Clint ha continuato a cavalcare nelle praterie e non si è più fermato. Ted Post lo ha diretto in «Impiccalo più in alto», Don Siegel in «L’uomo dalla cravatta di cuoio» (western contemporaneo) e in «La notte brava del soldato Jonathan». Poi comincia a dirigersi da solo e arrivano «Lo straniero senza nome», «Il texano dagli occhi di ghiaccio», «Bronco Billy», «Il cavaliere pallido», «Gli spietati» (anch’esso premiato con quattro Oscar). Nel poliziesco ha trovato una vena altrettanto ricca: Dirty Harry ossia Harry Callahan, diventato in Italia «l’ispettore Callaghan», è stato una delle sue frequentazioni più assidue e incisive, «un amico che si torna a trovare volentieri per vedere come è cambiato», ha detto. Ma nella sua filmografia di polizieschi ce ne sono molti altri, da «Potere assoluto» a «Corda tesa», al più recente «Mystic River» con Sean Penn. Amante della musica, autore di tante colonne sonore tra cui quelle di «Million Dollar Baby» e «Gran Torino», Clint ha espresso questa sua passione dirigendo prima «Bird», biografia del grande sassofonista Charlie Parker, e poi firmando un episodio dell’opera collettiva voluta da Martin Scorsese sulla storia del Blues. Asciutto, scarno, essenziale, ma al tempo stesso con il respiro dei grandi classici, il suo stile colpisce dritto il bersaglio come l’ispettore Callaghan, commuove e emoziona senza troppe perifrasi. Ora che lo ha consacrato anche la critica, ora che la vita gli ha dato sette figli da cinque donne diverse, ora che i segni della vecchiaia cominciano ad apparire sul suo volto e sul suo corpo rendendolo più fragile ma non meno determinato, piace vederlo ancora al lavoro per un pubblico che non ha smesso di aspettare il suo prossimo film, che negli Usa uscirà il 22 ottobre. Si intitolerà «Hereafter» e sarà un thriller soprannaturale con Matt Damon. Poi si dedicherà ad una biografia del discusso capo dell’FBI J.Edgar Hoover, con probabile protagonista Leonardo DiCaprio. Sono due film in cui non reciterà: dunque quando tornerà a farsi vedere sullo schermo? «Non si scrivono molti ruoli per gente della mia età - ha detto di recente - ed io mi trovo bene dietro la macchina da presa. Non devo mettermi la cravatta, nessuno viene a dirmi cosa devo fare. Ci sono un sacco di vantaggi. Ma non è detta l’ultima parola, sono come Lo squalo 2. Quando pensi che non sia più pericoloso entrare in acqua...».

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