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IL RICORDO

Quando Parma incoronò Cimino

Quando Parma incoronò Cimino
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Si era presentato così: col cappello da cowboy e gli occhiali scuri, anche se era buio pesto già da ore. Lui, il mito che nessuno faceva più lavorare, il genio del cinema che il cinema aveva messo da parte: fuori gioco, ai margini, in castigo. Il regista anarchico e ribelle che lottò sempre, inquadratura dopo inquadratura, contro il sistema e la politica degli studios. Ti aspettavi che quella sera, all'arena dell'Edison, arrivasse un tizio intrattabile, magari incattivito, forse spocchioso. E invece no: invece arrivò Michael Cimino. Sorriso largo, pacche sulle spalle agli spettatori, baci alle ragazze, strette di mano a chiunque gli si avvicinasse: e persino un caloroso e fraterno abbraccio, tra l'applauso generale, al sindaco Ubaldi.
Era il 2 luglio anche allora: ma del 2005. Esattamente undici anni dopo, in un altro, stavolta tristissimo 2 luglio, quel sorriso da cavaliere solitario si è spento per sempre. Ma la breve visita parmigiana del regista de «Il cacciatore» resta ancora oggi indimenticabile. Ospite della fondazione Solares per ricevere il premio «360» per l'Eccellenza artistica, Cimino, che parlò a ruota libera di tutto - dal neorealismo al coraggio dell'arte -, rivelò di avere parlato poco prima con Bernardo Bertolucci: «E’ un vecchio caro amico. Penso che, insieme a Polanski, sia il miglior regista al mondo. La mia ammirazione per lui è senza limiti. Mi ha consegnato - disse sorridendo alla platea - le chiavi della città. Mi ha detto: “Dì che hai parlato con me e che, per un’ora, ti ho dato il permesso di fare a Parma tutto quello che vuoi».
Gli chiesi se continuava ad amare «Il cacciatore» - il suo film più famoso, quello che gli aveva regalato l'Oscar -, come la prima volta, quando lo aveva girato: «Si può amare la stessa donna due volte nello stesso modo? Un amore speciale - disse - è davvero un amore speciale. Non credo che un sentimento così possa essere ripetuto o rivissuto, ma può essere sostenuto e alimentato». Furono battimani e ovazioni quella sera, ammirazione pura, curiosità vera. Il cowboy che i poteri forti avevano disarcionato per definire quella strana magia che nasceva su uno schermo prese in prestito una frase dell'amico Bertolucci: «Il cinema? E' la nostalgia per qualcosa che non è mai esistito».

Era un gigante, il guerriero visionario di storie virili, l'alfiere di una contro America che cercava, anche nella notte più fonda, il sole: ma non gli perdonarono mai l'insuccesso de «I cancelli del cielo», western epico e inedito che portò al collasso la United Artists. Divenne un «paria», lui che solo due anni prima aveva girato un film leggendario (ricordate la sequenza della roulette russa?) come «Il cacciatore». Eppure Hollywood gli rese sempre la vita difficile, difficilissima: nella sua carriera è riuscito a girare solo 7 film, alcuni immortali, altri (come «Il siciliano», la storia di Salvatore Giuliano) sicuramente meno riusciti. L'ultimo, il dolente e vitalissimo, «Verso il sole», è del '96, 20 anni fa. Ha pagato per tutti, sempre più del dovuto: un Davide schiacciato da Golia, l'ultimo degli idealisti. Ma di chi l'ha messo in croce non rimarrà traccia: il suo cinema e il coraggio della sua follia, invece resterà il simbolo di una storia americana. Maledetta, forse: ma che è impossibile non amare.

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