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Lanzetti: "Il mio lungo viaggio nell'universo di Bob Dylan"

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Vincenzo Raffaele Segreto
Avevo 16 anni, ero appena giunto negli Stati Uniti (un viaggio per nave...!), era l’agosto del '66. Salii a bordo di un’auto (come quella dei film), la mia prima macchina con un’autoradio, accesa a tutto volume con su 'Like a rolling stone' di Bob Dylan, un disco uscito in quei giorni, e che io ascoltavo per la prima volta. Fu una folgorazione vera e propria, una specie di rintocco del destino. Capii subito che quella canzone era diversa da ogni altra e, più tardi, venni a sapere che non fui l’unico artista colpito così a fondo da quel brano: non solo perché musicalmente valido, ma perché era un prodotto artistico completamente nuovo, che non aveva modelli. Che con la sua musica, le sue immagini, i suoi testi, coi suoi cinque minuti di durata, quasi il doppio della durata standard delle canzoni di allora, metteva in crisi il modello di broadcasting dell’epoca. E per me questo deve fare un artista, mettere continuamente in crisi il sistema, obbligandolo a cercare nuove strade e nuove risposte».
A parlare così è Bernardo Lanzetti, un artista senza bisogno di presentazioni, che a 45 anni da quell'episodio ancora ne trasmette l’eccitazione. Tra pochi giorni a Parma potremo assistere al concerto con il quale Bob Dylan aprirà il cartellone di «Sotto il cielo di Parma»: sicuramente un avvenimento per la nostra città, e non solo: ci sembrava dunque giusto parlare con Lanzetti di questo suo nuovo «Hardcore Dylanz», un progetto dedicato proprio a Dylan che sta portando avanti da quasi un anno e che tra pochi giorni potremo vedere «in atto» in qualcuno dei suoi aspetti.
Bernardo, perché questo progetto?
«Perché mi sembra giusto celebrare i grandi artisti mentre sono in attività, prima che siano divorati dal loro stesso mito. A questo punto del mio percorso artistico ho pensato di stringermi in ideale comunione coi miei maestri, e certamente Bob Dylan e il suo mondo lo sono».
Che risposte le dava allora Bob Dylan, e cosa le dice oggi?
«La risposta di allora, era quella di andare a fondo delle cose, alla ricerca della musica tradizionale, facendola propria e veicolandola con il rock, aggiungendo la profondità di testi non solo validi nei contenuti, ma anche nella forma, come se la costruzione dei versi fosse un valore artistico aggiunto a quello musicale. Oggi a mio avviso tende a dimostrare come la sua musica non sia solo la musica di Bob Dylan, ma sia diventata, nel bene o nel male, la musica della civiltà occidentale».
Cosa intende dire?
«Che la nostra cultura si riconosce nelle sue costruzioni artistiche. Per ottenere questo non si risparmia, sia con il suo Never Ending Tour (una tournée praticamente ininterrotta da molti anni), sia cambiando continuamente arrangiamenti, linee melodiche e addirittura i testi delle sue canzoni. In questo, non ha uguali: solo i grandi jazzisti fanno qualcosa di simile, ma loro però non hanno un testo verbale da sovvertire!»
Che cos'è questo «Hardcore Dylanz»?
«E' un progetto molto articolato, iniziato già lo scorso anno, che chiaramente si sviluppa sulla musica e i testi di Dylan ma viene anche trasportato nella performance sul palco e, molto originalmente, nell’arte pittorica e video: in queste differenti proposte verranno esaltati tutti i riferimenti shakespeariani e biblici così presenti nella sua musica, ma anche i suoi aspetti puramente poetici. In particolare, mentre esce il mio cd 'Dylanz', con dieci canzoni tra le sue più note, più un mio nuovo brano col quale celebro il suo percorso artistico, realizzo una mostra di quadri e installazioni video, miei e di altri artisti italiani e internazionali, e mi propongo in performance 'da strada' o in microconcerti come quello che terrò sabato 12 al Gran Caffè dei Marchesi nel quale, come in una sorta di esercizio spirituale, canterò tutti i suoi testi a memoria, in contrapposizione ai leggii e ai karaoke (più o meno nascosti) dei cantanti di oggi. Il progetto si svilupperà nel corso di almeno un anno, con la partecipazione di Pierpaolo Violini alle tastiere e del chitarrista Marco Colombo e, per eventi speciali, anche di un gruppo di musicisti britannici quali Neil Hubbard (già con Bob Dylan, Joe Cocker, Bryan Ferry) alla chitarra, Geoff Dunn (Van Morrison, Procol Harum, Bob Dylan) alla batteria e Jonathan Noyce (Jethro Tull, Rick Wakeman) al basso». Gran finale con un’orchestra classica diretta da Alessandro Nidi, a rivisitare i momenti più mistici della sua produzione.  

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  • Angelo Liberati

    09 Giugno @ 20.14

    (...) i suoi testi, coi suoi cinque minuti di durata, quasi il doppio della durata standard delle canzoni di allora, metteva in crisi il modello di broadcasting dell’epoca. E per me questo deve fare un artista, mettere continuamente in crisi il sistema, obbligandolo a cercare nuove strade e nuove risposte». (...) Cosa aggiungere? Condivido e allego il link per un cortometraggio dove si vede e si ascolta il mio "disattendere le attese del pubblico" con il linguaggio della pittura. Buona visione per chi vuole e un saluto a tutti. Grazie A Bernardo per l'iniziativa di Parma nella quale mi ha coinvolto. Link: http://www.youtube.com/watch?v=eB1ifXrRNcU prima parte http://www.youtube.com/watch?v=hIcoW6CV6u8 seconda parte

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