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Grossman ritrova Cables: «Sarà un bell'interscambio»

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 Giacomo Marzi

T utti possono complicare le cose semplici. La creatività è semplificare le cose complicate». Così diceva Charlie Mingus, ed è bello pensare che questa massima possa valere nella vita come nella musica. Perché la vita va vissuta con consapevolezza ed umiltà, cercando di fare apparire gli eventi straordinari come normali (ma senza sminuirli), per il semplice fatto che così si possono analizzare più freddamente, apparendo agli altri più lucidi e sicuramente poco vanagloriosi. Quindi, magari, quando ti capita di parlare con uno come Steve Grossman (venerdì sera al Castello Roccabianca, come già annunciato, per la seconda edizione di «Culatello & Jazz»), e lui ti dice «Per piacere, chiamami Steve», e  se presenta come routinario il fatto che a 18 anni abbia registrato una delle pietre ancora insuperate del jazz elettrico («A tribute to Jack Johnson» di Miles Davis) facendotene comunque sentire tutta l’emozione, non bisogna stupirsi più di tanto.
Hai già suonato dalle nostre parti?
«Ho suonato spessissimo a Parma. Stando da tanti anni in Italia ed in particolare a Bologna le occasioni non sono certo mancate. Purtroppo non ho mai potuto visitarla, ma ho sempre trovato persone disponibili, ed un pubblico attento».
Perché tu e il pianista George Cables non avete collaborato per così tanto tempo?
«È stato più che altro per il fatto che io sono venuto a stare in Europa. Quando io avevo 15 anni e George 18 ci siamo trovati ad un concorso a New York che metteva in palio per gruppi emergenti una serata al Village Gate (storico jazz club della Grande Mela, ndr). Incredibilmente ha vinto sia il complesso mio, sia quello di George. Io suonavo con tutti neri, e lui con tutti bianchi... quindi è stato naturale incontrarsi! (risate, ndr). Ci trovavamo nella cantina di Lenny White e dunque abbiamo lavorato assieme trovando prima un grande affiatamento. Il resto è storia».
Cosa ne pensi della scena jazzistica italiana?
«Odio dividere la musica in categorie, capirai in scene nazionali! (risate, ndr). Però effettivamente, il jazz oramai è qualcosa di internazionale, non più divisibile in scene con un loro target ed una loro identità definita. Basti pensare ad un grande come Chick Corea: mantenendo immutato il suo stile, quando fa duetti pianistici vuole trovare solo un musicista a lui complementare, sia esso Herbie Hancock, un pianista giapponese o il vostro Stefano Bollani. Non c'è una scena giapponese, americana o italiana, ci sono solo musicisti di varie nazionalità. Cioè, ci sono solo buoni e cattivi musicisti: sono andato recentemente in Ungheria ed ho trovato là grandi sassofonisti: preparati, maturi, con personalità. Parliamo piuttosto dei musicisti italiani: ho suonato recentemente con Alessandro Minetto, un grande batterista e, nonostante sia più giovane di me, ho imparato tanto anche dal tenorista Carlo Atti (ospite del Parma Jazz Off, ndr)».
Cosa ne pensi dell’evoluzione più moderna del jazz?
«Intendi la fusion? Mi diverte, e se i musicisti sono buoni la suono. Ma mi sento più a mio agio in acustico, è lì che si scambiano meglio le idee. Speriamo che venerdì lo scambio sia fitto, ed intenso». 
 
 

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