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Verdi, edizioni storiche di 3 opere

Verdi, edizioni storiche di 3 opere
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La risposta che i lettori hanno dato all’iniziativa intrapresa dal nostro giornale lo scorso anno di proporre di ogni opera presentata al Festival Verdi un’edizione «storica» ha offerto un più deciso incoraggiamento a proseguire lungo questa strada; rispondente del resto allo spirito di un Festival, mirato a richiamare su ogni opera un particolare tipo di osservazione da cui far emergere sempre nuovi aspetti, angolazioni sottratte al logorio della consuetudine. Per questo il confronto con esecuzioni che, come quelle proposte ora, sono entrate nella storia, se non altro per ragioni anagrafiche avendo superato il mezzo secolo di vita, può diventare oltremodo sollecitante più ancora che per risvegliare imponderabili nostalgie, per cogliere il senso di un’evoluzione quale sospinge inesorabilmente il modo di rivivere la musica proprio di ogni interpretazione, che nasce e muore ogni volta che si apre il sipario per ritornare a rinnovare i propri interrogativi, i propri enigmi. Condizione che grava su tutta la musica, per la sua labilità, affidata solo allo scorrere del tempo, ma che risulta quanto mai incidente nel caso dell’opera teatrale, per la complessità e la eterogeneità di elementi che la costituiscono ed ancor più per la vischiosità di una tradizione che è andata formandosi attraverso il mutare di una condizione storica.  «Ai musicisti e agli appassionati d’opera vissuti a metà dell’Ottocento - scriveva recentemente uno studioso che il mondo dell’opera ha percorso in lungo e in largo con occhio acutissimo come Philip Gossett - ogni nuovo lavoro di Verdi cambiava inesorabilmente la visione dell’immediato passato, poiché si trovavano a dover riorganizzare la loro comprensione delle opere di Bellini e di Donizetti in relazione agli esiti verdiani», aggiustamenti di visuale che non potevano non incidere sulle scelte interpretative. A loro volta condizionate da tutte le «convenienze e inconvenienze» proprie del mondo del teatro, tra impresari tirchi, cantanti bizzosi, direttori condiscendenti, da cui la fisionomia dell’opera veniva continuamente mutata da tagli, sostituzioni, riorchestrazioni. Solo in tempi non lontani ha preso vita l’impegno del restauro che ha portato alle «edizioni critiche», definizione che «scatena nel cuore di molti direttori, di molti cantanti e di molti organizzatori - sempre Gossett - un misto di disprezzo e di terrore» non comprendendo che esse sono soltanto una guida, una garanzia di rispondenza al testo redatto dall’autore anche se poi esse «esistono sulla pagina, non in teatro». Nessun freno, dunque, alla ricreazione dello spirito dell’opera, colto nelle fibre più essenziali della musica: Toscanini insegna. Nessuna edizione critica delle tre opere proposte esisteva negli anni della loro esecuzione e tuttavia da ognuna di esse affiora con una cifra indubitabile questo «spirito», frutto di una concertazione vibrante e intensa. Esemplare in tal senso «Il Trovatore» (da domani, 2 Cd, euro 12,90) realizzato coi complessi scaligeri da Herberth von Karajan nel 1956, una lettura bruciante nella nettezza con cui il grande direttore imprime al racconto un ritmo interno cogliendo attraverso l’autorità del gesto il colore notturno che pervade la partitura e i visionari riverberi; senza che la straordinaria gestione del tessuto orchestrale prevalga sul canto che invece si innerva in esso con un’intensità drammatica rara. Anche perché vi è una Leonora di suprema levatura quale quella incarnata da Maria Callas, una Leonora inquieta, tragica con quel suo canto che si appropria della parola trasformandola in gesto drammatico. Una punta attorno alla quale si muovono gli altri interpreti, Fedora Barbieri nei panni di un’Azucena di profonda espressività, Giuseppe Di Stefano in quelli dell’irruente, appassionato Manrico mentre il personaggio del Conte di Luna riceve i giusti accenti da Rolando Panerai. Si arretra di cinque anni per ritrovare un altro documento storico, quello dei «Vespri siciliani» (da sabato 2 ottobre, 3 Cd)  in una registrazione effettuata la sera del 26 maggio 1951 al Maggio Musicale Fiorentino; importanza storica non solo per la presenza sul podio di un sommo direttore quale Erich Kleiber (padre del grande Carlos) che, come avverrà col «Trovatore» di Karajan, imprime ai caratteri della scrittura verdiana un’energia interna che riscatta ogni concessione enfatica, ma anche perché si tratta di un’uscita dall’ombra di quest’opera, una «riscoperta» in pratica che troverà subito rinforzo pochi mesi dopo nella proposta scaligera che inaugurerà la stagione del 1951, direttore De Sabata: stessa interprete la Callas, affiancata qui da un possente Boris Christoff. Anche per «Attila» (da sabato 9 ottobre, 2 Cd) un’uscita dall’ombra, uno dei tanti meriti del «Maggio», a pensare solo a Rossini, a Cherubini: i due CD proposti recano la registrazione della serata inaugurale, 1 dicembre 1962, della stagione fiorentina, col giovane Bartoletti (che poco dopo avrebbe diretto uno straordinario «Wozzeck») e un cast di forte segno, Christoff, Giangiacomo Guelfi, la Roberti e Limarilli. Entusiasta la critica, specie per Bartoletti, direzione «irrompente come il trotto di un puledro» (A.Toni) ma pure «con eleganza di modellature e vivacità persino temeraria di movimenti» (Abbiati).

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