Spettacoli

"Vespri", Nucci è Monforte padre verdiano

"Vespri", Nucci è Monforte padre verdiano
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di Elena Formica

Un suo avo insegnava teologia a Parma nel collegio dei Benedettini. Si chiamava Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti e sarebbe diventato papa col nome di Pio VII. Non male come precedente. Chissà se anche per questo Parma può godere di positivi influssi celesti e contare su Leo Nucci, nel melodramma, come su un angelo disceso dal cielo che tutto risolve e benedice. Di miracoli, infatti, egli ne ha compiuti a iosa anche in passato e tuttora ne eroga benigno. L’ultimo pochi giorni fa: la rocambolesca sostituzione di un collega - in prova generale e alla «première» - nell’infuocato Trovatore che ha inaugurato il Festival Verdi. In «surplus» la rinuncia al compenso per questo salvataggio, devoluto alle iniziative didattiche del Teatro Regio per i bambini. Leo Nucci sarà Guido di Monforte nei Vespri Siciliani, dal 10 ottobre sfidante titolo del Festival Verdi al Regio. Darà voce e figura a una particolare versione del cosiddetto «padre verdiano», un genitore assai diverso - per intenderci - da Rigoletto o Simon Boccanegra. Monforte è un uomo di potere (governatore francese della Sicilia) diviso tra l’entusiasmo dell’aver scoperto un figlio e la necessità, mai elusa, di farne un proprio strumento di politica e regime. Nonna Maria Maddalena, la Chiaramonti pronipote di Pio VII, soleva ripetere a Leo piccino un proprio saggio ritornello: «Quando parli pensaci due volte, perché potresti perdere l’occasione di stare zitto». Diventato grande, ma soprattutto diventato quel grande baritono verdiano (e non solo) che il mondo incessantemente acclama, Leo Nucci non ha scordato il consiglio della nonna. Ci pensa due volte, decide e parla. Così: «Un problema, nell’opera lirica oggi, è quello relativo a "come il pubblico va a teatro". Da un atteggiamento teso a godere della musica, del canto e di una forma di teatro completa com'è il melodramma si è progressivamente passati a un approccio che definirei "tecnico", cioè di esclusiva aspettativa "tecnica". So di affrontare un tema difficile, che potrebbe attirarmi gli strali di qualcuno, ma intendo comunque parlarne senza essere frainteso. Non sto dicendo che il pubblico pagante non deve contestare, alla fine, uno spettacolo che non gli piace; ma vorrei che si puntasse l’attenzione anche su un altro elemento: e cioè che solo a Parma e a Vienna un cantante lirico viene riconosciuto per strada, salutato, invitato a cena nei circoli e nelle associazioni. E’ una prerogativa, questa, inconfondibilmente parmigiana, un punto di forza e di identità che distingue Parma da altre città importanti i cui teatri sono a rischio chiusura: Genova, Bologna, Roma (se non arriva Muti...). Se non ci fosse il Festival Verdi, al Regio ci sarebbe solo la stagione lirica e di Parma, per come è fatto oggi il mondo dei "media", si parlerebbe solo per la "prima" in cartellone. Sia chiaro: io faccio qui un discorso di cultura, non entro in dettagli "tecnici", e dico che il Festival Verdi appartiene a Parma, fa parlare di una città straordinaria come Parma (che è anche la "mia" città) in Italia e all’estero, ne racconta l’amore per l’opera e ne comunica il bel modo di vivere. Il Festival Verdi non è un "valore aggiunto" per Parma: in assoluto è "il valore" di Parma nel mondo dal punto di vista culturale. Quindi bisogna andare a teatro consapevoli di questo, con la gioia tutta parmigiana dell’opera. Poi si può anche esprimere un dissenso - è lecito - ma la gioia di essere a teatro deve prevalere, si deve sentire nell’aria. Altrimenti che cosa ci resta da godere in un mondo sempre più complicato, sempre più duro e meno umano?».

 

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