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Zanetti: «Per Verdi la stimolante sfida del 'grand-opéra'»

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 Elena Formica

Ciuffo malandrino. Visetto giovane da «piccolo lord» sotto una massa di capelli grigi, come per scherzo. Così è, se vi pare, Massimo Zanetti: l’energia di un ragazzo, l’esperienza di tanta opera diretta in giro per il mondo. Da Berlino a Parigi, da Madrid a Zurigo e oltre. Anche al Regio di Parma con Rigoletto e Tosca. L’età è giusta, 48 anni, per accettare sfide a ragion veduta. Sarà lui a dirigere i Vespri Siciliani del Festival Verdi 2010 (domani alle 20 al Regio la «première»).
 «Opera di rottura», per Zanetti, sono i Vespri composti da Verdi dopo la cosiddetta 'trilogia popolare'. «E’ chiaro - afferma il direttore - che Verdi ha cercato una nuova strada dopo Rigoletto, Trovatore e Traviata. Lo schema del 'grand opéra', vincolante per allestire la prima versione di Les Vêpres Siciliennes a Parigi, non lo ha imprigionato; al contrario lo ha stimolato a creare qualcosa di diverso, pur dovendo rispettare il 'clichè' della monumentalità, del 'divertissement', del ballo». Su ogni dettaglio, dal punto di vista di questo Verdi che si conferma e si rinnova, s'allerta vigile la regia di Pizzi. Un esempio? La tarantella del Finale secondo quando, provocati dalla danza dei popolani per le loro fidanzate e da Procida, qui in veste di agitatore, i soldati francesi rapiscono le giovani siciliane: «Pizzi - spiega Zanetti - ha evidenziato il contenuto profondamente drammatico di questo momento che Verdi, utilizzando una tarantella solo apparentemente folclorica, colloca in un punto chiave dell’opera. Le giovani donne vengono rapite, violate, e il coro che segue pronuncia parole inequivocabili: 'Rossor mi copri, il terror ho nel sen'. In Verdi la lezione del teatro shakesperiano è sempre presente: la drammatica dicotomia del comico e del tragico».
 Ardua, seppur eccitante, è comunque la prova direttoriale nel contesto di una messa in scena che, coinvolgendo la platea e creando di fatto tre fonti sonore (palcoscenico, orchestra, coro tra il pubblico), determina imprevedibili quanto magiche rifrazioni da afferrare al volo e re-sintonizzare. Zanetti ne è consapevole e, nervi saldi, si mette in gioco. «Ma c'è un cast favoloso! Daniela Dessì, una delle più grandi interpreti del nostro tempo. Sentitela in 'Mercè, dilette amiche' dopo che ha già cantato per tre ore. Lei non si limita a cimentarsi, autoreferente, nel classico pezzo di bravura, ma vi immette quel senso di morte che, sotto un velo leggiadro, cela totale scoramento. Cantarlo così è di una difficoltà mostruosa, spero che ogni nota sia colta fino all’ultimo. Fabio Armiliato, nel ruolo di Arrigo, affronta uno dei ruoli più impervi del repertorio tenorile. Ho lavorato tanto con lui ed è uno degli artisti più intelligenti che io conosca. Sempre preparatissimo, colto, un vero musicista. Giacomo Prestia è Procida; nessuno più di lui è Procida per il colore, la potenza, il corpo della voce e per la perfetta adesione scenica al personaggio. Infine Leo Nucci, re Nucci. L’ho incontrato tre anni fa in occasione di Rigoletto e da quel momento è nato un rapporto denso e sincero tra lui e me. Nutro per Leo Nucci rispetto e affetto, ma soprattutto ammirazione. Il suo lavoro sul personaggio, la sua infaticabile ricerca del 'perché' delle cose sono impressionanti. E’ sempre unico». 
 

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