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Addio a Solomon Burke, leggenda del soul

Addio a Solomon Burke, leggenda del soul
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E' morto a 70 anni all'aeroporto Schiphol di Amsterdam il celebre cantante e compositore Solomon Burke, detto «la leggenda del rock'n' soul». A lui si deve uno dei titoli più famosi della storia della black music: «Everybody needs somebody to love», un pezzo diventato un manifesto. Burke lo ha scritto e cantato nel 1964, molti grandi l’hanno registrato, da Wilson Pickett ai Rolling Stones, ma a dargli il passaporto per l'eternità sono stati i Blues Brothers nell’indimenticabile concerto in teatro, di fronte alle forze di polizia dell’Illinois, che chiudeva il celebre film di John Landis e contribuì all'enorme successo della colonna sonora.
  Per molti aspetti Solomon Burke rappresenta l’incarnazione «classica» dei soulmen degli anni d'oro: dall'incerta data di nascita, che oscilla tra il 1936 e il 1940, alla formazione in chiesa a base di gospel e alla forte componente religiosa, passando per lo stile predicatorio, la sconfinata famiglia (con 21 figli e 90 nipoti) e l’amore per il cibo che lo ha portato a raggiungere i 200 chili di peso.
 Come molti grandi della musica nera, anche il buon Solomon ha conosciuti alti e bassi nel corso della sua carriera, ma invece di votarsi all’autodistruzione ha risolto la faccenda facendo altro e gestendo una ditta di pompe funebri.  Alla ribalta si è affacciato quasi subito, visto che negli anni '60 è entrato nella squadra dell'Atlantic, una delle etichette storiche della musica soul e rock. Il suo primo grande successo, un classico del soul, è «Cry to me», poi qualche anno dopo arriva «Everybody needs somebody to love». Però Burke, benchè dotato di una bella voce baritonale, di una travolgente presenza scenica e di una naturale capacità di comunicare con la platea, non ha mai raggiunto la popolarità di altri grandi quali Sam Cooke, Otis Redding, Ray Charles, Aretha Franklin, Marvin Gaye, James Brown per fare solo qualche esempio.  E come spesso succede, ha raccolto tardi i frutti del suo lavoro. Nel 2001 ad esempio è stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame, mentre l’anno dopo ha inciso «Don't give up on me», un album, vincitore di un Grammy, che contiene canzoni scritte appositamente da Bob Dylan, Brian Wilson, Van Morrison, Elvis Costello e Tom Waits.  Anche Zucchero ha registrato con lui una torrida versione di «Diavolo in me», contenuta nel suo album di duetti e riproposta live alla Royal Albert Hall di Londra.
  In Italia aveva molti amici e tantissimi fan conquistati con i suoi concerti: presenza quasi fissa al Porretta Soul Festival («la sua scomparsa è un grave lutto anche per noi», ha detto il direttore artistcio Graziano Uliani), è stato anche più volte protagonista dei concerto di Natale in Vaticano.  A Parma è ricordato per due grandiosi concerti nel 2006 (rassegna estiva nel Cortile della Pilotta) e nel 2008 al Teatro Regio. In quello stesso anno ha registrato un cd prodotto da Steve Jordan, «Like a Fire», con pezzi, tra gli altri, di Eric Clapton e Ben Harper.
 Nonostante la sua mole che lo «costringeva» a esibirsi seduto su un trono, confacente al suo titolo di «king of rock'n'sSoul», conduceva un’attività live frenetica ed era rimasto uno dei pochi testimoni viventi della grande stagione del soul, assumendosi volentieri il compito di tramandarla: nel suo show trovava sempre posto un «medley» dedicato ai successi dei colleghi scomparsi.
 E' morto in tournèe, mentre con quel suo caratteristico entusiasmo di bonario patriarca, si apprestava a ricordare ancora una volta al mondo che «Everybody needs somebody to love».

Ecco la recensione del concerto di Parma del 7/12/208
:

Francesco Monaco
E' finita con l'«altra metà del Regio» ad accalcarsi sul palco per ricevere le rose rosse dalle mani di Solomon Burke e dalle sue coriste - tra cui Candy, la più giovane dei suoi 21 figli - sulle irresistibili note del medley tra «Everybody needs somebody to love», il suo più grande successo, e l'intramontabile «When the saints go marchin' in». Altri spettatori - un manipolo di «giovani dentro» di ogni generazione (a cominciare dalla signora Angela Bonfanti e dalla figlia Irene, complimenti!) - aveva sfidato le convenzioni del «tempio della lirica» andando a prendere posto, o addirittura a darsi alle danze, a stretto contatto di gomito con «re Solomon» e la sua Soul's Alive Orchestra, impreziosita da due italianissime violiniste (Raffaella Stirpe e Simona Mana) allo scoccare di «Proud Mary» e di un rock'n'roll medley al sapore di «Tuttifrutti», «Lucille» e «Good golly Miss Molly». Gli stessi che, dopo essersi avvicendati al microfono con alterni risultati, si sono accucciati vicino al trono del «king of rock'n'soul» per ascoltare, sotto una pioggia di coriandoli bianchi, la natalizia «Silent night», con tanto di auguri anticipati di buone feste alla nostra «beautiful city».E' stato alla fine che ha dato il meglio di sè l'immenso artista (quasi 200 chili di stazza, equamente suddivisi tra potenza vocale e gentilezza d'animo) che a distanza di due anni e mezzo ha replicato a Parma, nell'ambito della rassegna Palkoscenico, lo show che tenne nel Cortile della Pilotta per «E'grand'Estate». Stavolta erano diverse la cornice e la stagione (meno elettricità nell'aria e pubblico mediamente più compassato), ma non lo spessore e lo sviluppo dello show, durante il quale Burke - salutato in camerino prima dell'inizio dal sindaco Pietro Vignali e dal segretario generale del Regio Gianfranco Carra - ha tenuto fede alla sua missione di «divulgatore» del soul srotolando una scaletta che è anche un trattato di storia della black music. Ma c'è stata anche tanta musica «bianca», soprattutto in apertura, con il concerto acceso da «Like a fire», brano che dà il titolo al suo più recente album e frutto della sua collaborazione con Eric Clapton; poi un'incursione in ambito country con «That's how I got to Memphis» e la cover di «Diamond in your mind» di Tom Waits. In quanto al proprio repertorio, Burke ha distillato qua e là «Down in the valley», «Cry to me», «Got to get you off my mind», «Baby come on home», fino all'accorata «Don't give up on me» che gli ha fruttato un Grammy in tempi non lontani. Mentre è toccato alla figlia Candy rievocare i tempi della dance music (a sua volta frequentata dal prolifico papà) con una cover di «I will survive» di Gloria Gaynor.Ma il cuore dello show resta la dedica, a suon di classici, per i tanti colleghi (e amici), ormai quasi tutti scomparsi: dall'Otis Redding di «Dock of the bay» e «Fa-fa-fa», dal Ray Charles di «Georgia on my mind» e «Can't stop loving you», dal Wilson Pickett di «Midnight hour» e «Mustang Sally» al Ben E. King (l'unico ancora vivo di questa «hall of fame») di «Stand by me»». Il fremito, però, stavolta è per «A change is gonna come» di Sam Cooke, che diventa un inno per Barack Obama: perchè il cambiamento, finalmente, è arrivato. Applausi. Anzi, rose rosse.

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