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Ascanio Celestini, la pecora nera del teatro ci sa fare pure al cinema

Ascanio Celestini, la pecora nera del teatro ci sa fare pure al cinema
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 Lisa Oppici

 È difficile che al termine di un film, prima dell’incontro dell’autore col pubblico, nessuno o quasi si alzi per uscire: di solito, più o meno, circa un quarto di sala se ne va, o lascia poco dopo. Domenica sera al Cinema D’Azeglio, ospite il regista di «La pecora nera» Ascanio Celestini, non s'è mosso praticamente nessuno. Forse perché, conoscendo Celestini, chi era venuto ad ascoltarlo s'aspettava che lo «spettacolo» non sarebbe finito con la proiezione. 
E in effetti è stato così, con Celestini fluviale e incontenibile nel suo affabulare, nel suo romanesco pieno di «de» («de più»), di «ce stanno», di «stavamo a fà». È un diluvio di parole, Celestini, e la gente si fa volentieri trascinare. Parla del film, certo, e della tematica manicomiale che ha scelto di affrontarvi, ma anche di molto altro: dall’assoluta mancanza di privacy di oggi a Shakespeare, passando per il rapporto fra teatro e cinema. Accanto a lui il critico della «Gazzetta» Filiberto Molossi e Sergio Buttiglieri del D’Azeglio. «Il superamento dei manicomi? Fu soprattutto una "questione di popolo". Quelli che hanno fatto il lavoro grosso sono stati gli infermieri, le suore, i frati, quelli che a un certo punto hanno deciso che il mondo doveva prendere davvero un’altra strada», spiega, precisando però che non si può dire che i manicomi siano del tutto superati: «È la coscienza, la consapevolezza, che combatte l’istituzione manicomiale... Nel film io volevo raccontare che il manicomio è qualcosa che ci appartiene: come forma mentale, come qualità della relazione; per questo non potevo dire che erano superati perché in una certa misura ci sono ancora. Perché ci sia il manicomio non ci deve essere per forza tutta la struttura attorno...».
Tra gli attori di «La pecora nera» volti noti e facce sconosciute: «Ho voluto scegliere persone intelligenti, con cui parlare anche d’altro. Secondo me si deve far così: puntare su persone con cui si possa dialogare e ragionare», racconta, sottolineando la linea di rigore scelta per l’opera: «Il mio impegno in questo film era cercare di essere il più rigoroso possibile, senza ammiccamenti. A teatro è diverso: io penso che il film sia meno "ruffiano" dello spettacolo teatrale». Quanto al mestiere, Celestini è chiaro: «Una mega produzione alla Ronconi? Non ne sarei capace... Se mi dai otto attori e mi fai fare Shakespeare, io non sono capace... Shakespeare, Molière... Io so che sono dei geni, ma proprio non ce la faccio. Io devo parlare di cose che mi appartengono... Anche 'sta storia di Shakespeare contemporaneo... Per me un contemporaneo è uno con cui andare a bere un bicchiere di vino: se non lo fa, o è astemio, come Travaglio, o è morto...».   
 

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