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Al via la sfida di Roma capitale del cinema

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Filiberto Molossi
Mamma Roma guarda crescere quel figlio che pur voluto dà sempre l’idea di essere nato un po' per caso: in fondo ha solo cinque anni, c'è tempo per decidere cosa farà da grande.
 La capitale rilancia la sua sfida: e lo fa gettando nell’arena un Festival connesso con l’attualità più stringente, che cerca amici e affronta i dilemmi morali su Facebook, ritornando al futuro (i 20 minuti del sequel di «Tron») senza però dimenticare un - grande - passato. Che è fatto di «Dolce vita» (c'è voluto un romagnolo per spiegare Roma ai romani...), di film immortali («Rashomon») e di protagonisti senza tempo, come Tognazzi Ugo da Cremona, il grande attore nel segno del quale il Festival, che inaugura ufficialmente oggi, ha preso le mosse già ieri sera.
Un budget di poco superiore allo stipendio annuale di Ibrahimovic, pochi divi (saranno della partita Martin Scorsese, Julianne Moore e la bellissima Keira Knightley), ma molta carne al fuoco (ben 146 i film sparsi tra le varie sezioni): con l’obiettivo, alla faccia degli 88 anni del presidente Rondi, di ringiovanire un sistema cinema che a volte puzza di naftalina.
Anche quest’anno le cose migliori si vedranno probabilmente fuori concorso: l’asso nella manica si chiama «The social network» ed è il film che racconta la storia dello studente 19enne che ha inventato «Facebook». Un «giochino» che lo ha reso il più giovane miliardario della storia: e gli ha procurato qualche nemico... Gli americani ci sono andati pazzi e già si parla di Oscar: non a caso lo ha diretto David Fincher, il regista di «Seven» e del cult «Fight club». Se questa è la pellicola-evento hanno tutto per figurare bene anche «Carlos», la riduzione cinematografica dell’epopea televisiva (vista a Cannes) che Assayas (anche protagonista di uno degli incontri col pubblico) ha dedicato allo «sciacallo», il più temuto tra i terroristi; «Let me in», versione Usa del vampiresco «Lasciami entrare»; «The kids are all right», inno (molto amato dai critici Usa) alla famiglia allargata (con i figli di una coppia lesbo che vanno in cerca del loro padre naturale); l’arrabbiato «Animal kingdom» (già vincitore del Sundance), come pure il «rovente» «Last night», l’opera prima di Massy Tadjedin, storia - tutta in una notte - di tentazioni e tradimenti, che aprirà, con Keira Knightley sul red carpet e Valeria Solarino a fare da madrina, il Festival.
In gara, invece, 16 film (tra cui 4 italiani) che guardano al presente e alle sue, a volte più feroci, problematiche: dalla perdita di un figlio nell’atteso «Rabbit hole» (con la Kidman) al tumore al seno che colpisce la protagonista di «Little sparrow», dal film girato clandestinamente sui giovani in Iran («Dog sweat») ai bambini indigenti made in England di Jim Loach, il figlio del grande Ken, dai suicidi assistiti di «Kill me please» alla riflessione sulla violenza e sul pacifismo della danese Susanne Bier - il carico più grosso del concorso -, autrice di «In a better world».
 E i film di casa nostra? Non parlano italiano. In «Una vita tranquilla», ad esempio, Toni Servillo veste i panni di un emigrato di lungo corso in Germania alla cui porta va a bussare il passato, che ha la faccia di un figlio che puzza di camorra; «Gangor», di Italo Spinelli, storia vera di un fotografo, è poi interamente realizzato in lingua hindi; e «Io sono con te» di Guido Chiesa è stato girato in Tunisia. E’ la storia di una ragazza ribelle, di duemila anni fa: Maria di Nazareth. Unico fuori dal coro e legato a doppio filo con l’Italia, «La scuola è finita»: storia di due prof che vogliono salvare un giovane pusher. Occhio però, fuori gara, anche a «Le cose che restano» di Tavarelli che si candida a diventare il seguito ideale de «La meglio gioventù». Se fuori concorso vola alto anche «Porco rosso», capolavoro (inedito in Italia) di Miyazaki alla cui casa di produzione, il mitico Studio Ghibli, la kermesse romana dedica una retrospettiva, un occhio di riguardo il Festival lo riserva come sempre ai documentari: ne sono in arrivo di quotatissimi, come «Inside job» (sulla crisi economica) e «The people vs George Lucas», scandalosi («Land of rising sex») e biografico-politici («Bhutto»).
E il resto? Incontri a porte aperte (Landis, Camilleri, Morricone, la Ardant, Rockwell, e i duetti Salvatores/De Cataldo e Buy/Orlando), assaggi del cinema che verrà, omaggi anche dolorosi: come quello a Francesco Nuti, costretto al silenzio su una sedia a rotelle, dopo la drammatica caduta in casa di quattro anni fa. Ha fatto divertire milioni di italiani: ora forse si accontenterebbe che qualcuno di loro si ricordasse di lui.
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