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E' Servillo il re di Roma

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Filiberto Molossi
E' una commedia macabra in bianco e nero che inizia in modo surreale e finisce in massacro, affrontando con grottesca ironia il tema serissimo dell'eutanasia: in pratica, è il classico film che un Festival non lo vince mai. Nemmeno per scherzo. Fino a ieri: quando, con una scelta illuminata e coraggiosa, la giuria presieduta da Sergio Castellitto ha consegnato al bizzarro e divertente «Kill me please» del belga Olias Barco (uno che ha lasciato la scuola a 15 anni per entrare nel mondo del cinema...) le chiavi della capitale. E' infatti la nerissima e politicamente scorretta commedia di Barco a conquistare la quinta edizione del Festival di Roma, superando la favorita Susanne Bier di «In un mondo migliore» (Gran premio della giuria), il film preferito anche dal pubblico.
Ma sorride anche l'Italia, grazie al suo attore più rappresentativo: Toni Servillo, lo chef con un passato da  camorrista di «Una vita tranquilla», succede a proprio a Castellitto sul trono di Roma. Un'interpretazione monumentale quella di Servillo che nel bel noir di Cupellini recita in tre lingue (italiano, tedesco e...napoletano) dando anima e spessore alla figura tragica di un padre in fuga da se stesso. «Questo premio lo dedico - ha detto  - al cinema e al teatro italiani». I giurati hanno poi voluto dare un riconoscimento anche all'ambizioso «Poll» (premio speciale) e all'intenso iraniano «Dog sweat»: «Spero serva a salvare Sakineh», ha spiegato il regista Kushavarz. Marco Aurelio all'attrice infine a all'intero cast femminile del messicano  «Las buenas hierbas».
Un bilancio in positivo quello del concorso, che, privo di grossi nomi sicuri (ad eccezione della Bier), ha puntato giustamente su molte opere prime e seconde, alla ricerca di nuovi autori, mettendo insieme una selezione di tutto rispetto di cui proprio gli italiani (Cupellini a parte) hanno rappresentato l'anello debole. Dal punto di vista dei film, il Festival - inziato con una protesta e finito in festa, con la cerimonia di premiazione di ieri (presentata dalla Gerini) che ha visto il trans Zazie de Paris, tra i protagonisti di «Kill me please»,  cantare la Marsigliese - ha tenuto botta senza deludere le attese: detto della competizione, interessante la sezione Extra, così come opportuna è parsa la retrospettiva dedicata allo Studio Ghibli. Non solo: nel mare magno del fuori concorso è stato possibile pescare pellicole (da «The social network» a «Let me in» e «The kids are all right») di assoluto valore. Apprezzabile infine anche lo sforzo di cercare un'identità, là dove il filo rosso di tutta la manifestazione è stato rappresentato dal rapporto genitori e figli, declinato in tutte le sue possibilità.
Se il Festival ha anche avuto il merito di sdoganare la televisione di qualità mettendola allo stesso livello del cinema, assestando anche qualche colpaccio trasversale (la presenza di Springsteen), diverse, però, quest'anno sono state le pecche a livello organizzativo, che hanno scavato ulteriormente il gap tra Roma e altri festival internazionali come Cannes, Venezia o Berlino: dalla presentazione di «The social network» nella versione doppiata all'assenza pesante di alcuni registi stranieri che non hanno accompagnato i loro film, dall'inghippo della fiction di Tavarelli, con l'incontro stampa che precede invece di seguire la visione del film, ai ritardi della proiezione di «Carlos», fino alle accuse di molestie di cui è stato oggetto un consulente del Festival. Se poi la «moda» di presentare spezzoni di film (vedi i 20 minuti pessimi di «Dylan Dog»...) alla lunga si è rivelata controproducente, per contare di più in futuro Roma dovrà cercare di presentare un maggiore numero di pellicole  di grande appeal in prima mondiale senza ricorrere, se non per alcuni casi sporadici, a titoli già passati in altre rassegne. La strada per diventare davvero capitale passa anche da qui.

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