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Ritorno nell'universo cibernetico

Ritorno nell'universo cibernetico
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di Gianluigi Negri

 

Nel 1982 «Tron» creava un mondo. Ventotto anni dopo «Tron legacy» rimodella quel mondo. Lo ammoderna, lo rende più fashion, più avveniristico (e anche mistico). Ma non sorprende più come allora. Il primo film si immergeva in una dimensione inesplorata fino a quel momento, ipotizzava che i programmi fossero creature senzienti in stretto collegamento con i propri programmatori (ieri chiamati «utenti», oggi «creativi»), percorreva le (auto)strade del cyberspazio senza paura dei «buchi neri».
Quel primo «Tron» utilizzava la computer grafica (agli albori) con ansia sperimentale, ma risolveva i problemi tecnici con l’animazione manuale, con effetti speciali pensati ed eseguiti ancora dall’uomo. Gli effetti speciali di «Tron legacy» sono indubitabilmente – ed inevitabilmente – eseguiti dalle macchine. Le light cycles (le ultramoderne motociclette delle Rete), il club End of the line, gli intercettatori, i caschi, i dischi di memoria e le tute luminose hanno subito i «ritocchi» che ci si aspettava. Il computer li ha riplasmati secondo i canoni di un’altra era, di un altro mondo. Un nuovo cosmo digitale, nel quale non esiste il Sole. Nel quale il sogno impossibile della perfezione ha prodotto una distorsione distopica che ha reso quella galassia di byte una prigione priva di vie d’uscita, capace di spegnere la speranza. Una gabbia dorata nella quale il non scegliere viene considerata la migliore delle scelte possibili.
Sarà l’elemento umano (un rapporto padre-figlio da ricostruire e resettare) a portare la luce negli abissi di una Rete che non si accontenta più del proprio spazio infinito. E tutto mentre l’elemento virtuale si ribella all’idea di essere «definito» dalle menti che operano nel mondo reale, vuole «uscire» e conquistare proprio quell’altro mondo dal quale ha avuto origine. C’è tanta «materia» in «Tron legacy», ma manca quello di cui i programmi e gli umani vanno alla ricerca: l’anima, il cuore, il calore del sentimento. A gestire freddamente una mole impressionante di dati sono Edward Kitsis e Adam Horowitz (facevano parte del team di «Lost»), più programmatori che sceneggiatori: capaci anche di aggiungere mille elementi decorativi, ma impossibilitati a sfuggire al destino di chi ha il compito di rinnovare la facciata di un palazzo già costruito da altri. Il demiurgo di «Tron» rimane Steven Lisberger, regista del primo film. Qui passa il testimone al collega esordiente e pubblicitario Joseph Kosinski. Nel cast ripaga Jeff Bridges (che coraggiosamente nel 1982 accettò la parte del protagonista) con un doppio ruolo. In quello «cattivo» viene ringiovanito di oltre vent’anni, ma pare di plastica. E lo stesso vale per il giovane Garrett Hedlund, faccia da bamboccione e artefice di un capolavoro al contrario: unico uomo (insieme al padre che ormai è più spirito che carne) nel mondo digitale, non genera mai alcun tipo di emozione. Di questo mondo nuovo rimarranno le musiche elettroniche dei Daft Punk. E si ricorderà, non necessariamente con affetto, la debordante gigioneria di Michael Sheen che si atteggia come Ziggy Stardust. La scelta di utilizzare immagini in 3D per la parte virtuale e immagini in 2D per quella reale ribadisce involontariamente l’idea che per far comunicare i due mondi, oggi, c’è ancora bisogno di un’interfaccia. Che siano gli occhiali o lo schermo di un computer, non pare certo una rivoluzione.

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  • Vic

    03 Gennaio @ 01.00

    Concordo pienamente con Gianlugi Negri, ho visto a suo tempo l'originale e mi era piaciuto per la sua originalità anche se già allora risentiva di una certa ingenuità. Questa versione mi é sembrata priva di qualsiasi appeal, tranne appunto che per la musica. Non c'é un'emozione, una trovata originale, come recitazione sembra di assistere ad un b-movie: la piattezza di certi personaggi é addirittura imbarazzante. E pensare che ci son andato con la famiglia a causa di una recensione che lo definiva: "assolutamente da non perdere". Va be', almeno mi sono sfogato qui. Buon anno.

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