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Scandiuzzi: «Il riferimento è Fra Cristoforo»

Scandiuzzi: «Il riferimento è Fra Cristoforo»
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Elena Formica
Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante (...) che, nè suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore. (...) Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno dè vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi». Dal Manzoni dei Promessi Sposi, che Verdi venerava, giunge così la prima descrizione di Padre Cristoforo, il frate che aiuta Renzo e Lucia nella fuga, l’uomo di Dio che affronta il protervo Don Rodrigo. Gran conoscitore degli uomini e della vita, egli stesso aveva ucciso, egli stesso aveva assistito alla morte ingiusta di una persona cara, egli stesso aveva odiato. Ma la forza del suo destino era il Signore, a cui si era votato dopo tanto iniquo mondo. Il basso Roberto Scandiuzzi, da sempre interprete di riferimento nel repertorio verdiano e non solo («artista che incanta con toni eccelsi», come ha scritto di lui Gerhard Rohde sulla mitica Frankfurter Allgemeine), impersonerà il Padre Guardiano nella Forza del destino che andrà in scena domani sera al Teatro Regio. Il debutto come Padre Guardiano avvenne all’Arena di Verona nel 1987; per l’artista veneto si tratta ora della ventisettesima produzione della Forza del destino, in totale circa trecento recite: da allora, insieme al tanto Verdi cantato nei massimi teatri del mondo, questo ruolo lo ha accompagnato in spettacoli che hanno fatto storia, dal Metropolitan di New York alla Scala di Milano. «Il mio punto di riferimento per l’interpretazione del Padre Guardiano - spiega Scandiuzzi - è Fra Cristoforo nei Promessi Sposi. Sappiamo dell’ammirazione di Verdi per Alessandro Manzoni; ma devo dire che, al di là di questo collegamento assolutamente validato, ha avuto un’enorme influenza su di me la lezione del mio professore di lettere alle superiori, grazie alla quale il parallelismo tra il Padre Guardiano e Fra Cristoforo mi è risultato poi del tutto evidente. E’ proprio la fibra manzoniana che innerva il personaggio creato da Verdi a renderlo, anche musicalmente e vocalmente, così diverso da altre figure di religiosi presenti nell’opera verdiana. Penso, in primo luogo, al Grande Inquisitore nel Don Carlo: mi riferisco al suo canto caratterizzato da salti, da intervalli, che si contrappone al "legato" costante del Padre Guardiano, a riprova del carattere densamente umano, fulcrale nella condotta morale, di questo frate sì autorevolissmo, ma paterno e virilmente pio». Quello del Padre Guardiano è «un ruolo difficilmente travisabile», precisa Scandiuzzi. Non è plasmabile "ad libitum", magari per renderlo un po' diverso dal solito, tentazione con cui il Maligno - per dirla scherzosamente - provoca spesso i registi. «La bellezza di tale ruolo - continua l’artista - risiede in una certa vibrante ieraticità; il senso del classico, ovvero della classicità della cultura, è essenziale nell’approccio a tale a ruolo e all’intera Forza del destino. E’ la convinzione, questa che manifesto, di un interprete come me, al quale è stato concesso in sorte di portare la Forza del destino in tutto il mondo, a diversi tipi di pubblico, in diverse letture musicali e con diverse forme di regia. La forza del destino viene accettata e compresa, nella sua complessità, in virtù del senso di classicità che ho espresso poc'anzi». Non è un caso - osserva Scandiuzzi - se film attuali a sfondo storico come La Papessa o il Gladiatore hanno tanto successo di pubblico: «Sono in costume, il periodo storico è ricostruito con attenzione, ma sono percepiti come moderni. Questi film partono dalla realtà storica, hanno un’evidente base descrittiva, ma sono costruiti per arrivare al pubblico di oggi e sono indiscutibilmente avvertiti come attuali. Con questo intendo dire che un’opera come La forza del destino è bene sia rappresentata in modo discretamente descrittivo, da non confondere con il didascalico, al fine di rendere più intelligibile l’intenso, formidabile sviluppo dei personaggi».

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