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Bergonzi, indimenticabile Don Alvaro

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Elena Formica

«Sì, mio Alvaro, io t'amo! Io t'amo!». E a cantarglielo, con voce d’angelo, era Renata Tebaldi. O Anita Cerquetti. O Leontyne Price. E lui, Don Alvaro, era il grande Carlo Bergonzi, che nella «Forza del destino» di Verdi, come in altri melodrammi, ha regalato al mondo emozioni e lezioni senza fine.
E’ attualmente in scena al Teatro Regio di Parma l’opera che Attilio Bertolucci ha definito «quella gran macchina; farraginosa, interminabile per i delicati. Non per noi, mai sazi». L’opera che Marcello Conati ha descritto come «capolavoro discusso e popolare».
L’opera che ha avuto in Carlo Bergonzi un interprete di riferimento. Con «La forza del destino» si è inaugurata a Parma la stagione lirica 2011. E’ dunque passaggio obbligato quanto amabile - un privilegio - colloquiare d’essa con Carlo Bergonzi, "principe fra i tenori e tenore verdiano del secolo", come recita l’inoppugnabile motivazione del Gramophone Lifetime's Achievement Award conferitogli a Londra nel 2000. Alla Fenice di Venezia, l’11 dicembre scorso, Carlo Bergonzi ha ricevuto il prestigioso "Premio Arthur Rubinstein - Una vita per la musica". Teatro gremito, concerto di gala in suo onore. Tra gli ospiti il basso Michele Pertusi, un’altra gloria di Parma, ex allievo dell’Accademia Verdiana che Bergonzi istituì a Busseto con lungimiranza nel cogliere la necessità di una formazione «ad hoc» per i nuovi interpreti del repertorio di Verdi.
In occasione del Premio Rubinstein, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha donato al mitico tenore bussetano - che sarà anche una leggenda, ma è un uomo di 86 anni in carne e ossa, occhi scuri che lampeggiano - una gigantesca medaglia d’oro con dedica: «Al Maestro Carlo Bergonzi, interprete sommo del repertorio verdiano e custode illustre della tradizione belcantistica italiana». Il presidente del Senato, Renato Schifani, gli ha inviato, a sua volta, una medaglia.
 Il Leone della Serenissima, preziosa scultura in vetro di Murano e oro zecchino, leggiadra a vedersi ma pesante come un macigno, fa bella mostra di sé nell’ingresso di Casa Bergonzi a Milano: è il simbolo del Premio Rubinstein, l’omaggio di Venezia al tenore che ha onorato Verdi e il nostro Paese. Bei ricordi, impareggiabili. Soprattutto adesso che, tra scandali e farse della politica, l’Italia ingiustamente umiliata celebra i 150 anni dell’unità nazionale.
Chiamala, se vuoi, forza del destino. Tale è stata, infatti, l’invincibile sorte di Carlo Bergonzi, nato a Vidalenzo di Polesine il 13 luglio 1924, ma bussetano dentro, nel cuore (e anche nel fegato di dire sempre ciò che pensa, almeno lui); bussetano perché da quel "mondo piccolo" è scaturita, sorgiva, la gran musica di Verdi e tutto ciò che ne seguì: Bergonzi compreso. Il 14 gennaio scorso, l’artista è stato nominato Cavaliere di Gran Croce: "Perché mai tanti onori?", egli si chiede. Domanda inutile: è comunque la forza di un destino.  Correva l’anno 1959 e al Teatro Regio di Parma andava in scena Aida: «Sì, quella famosa “Aida” nella quale io - ricorda Bergonzi - cantai in pianissimo il si bemolle di “un trono vicino al sol”, rispettando il volere di Verdi che prescrive tre “p” su quella nota». L’episodio è noto: il pubblico non gradì la “novità”, in loggione vi fu chi fece versi da gatto. Ma com'è facile sbagliare! Per quella stessa nota, per quello stesso pianissimo cantato nell’“Aida” al Metropolitan, Bergonzi conquistò un titolo a tutta pagina sul New York Times: "Forse è nato il Radames che sognava Verdi". Un vero trionfatore. Fatto sta che Franco Corelli, altro tenore di cui un "fac simile" non è ancora piovuto in terra, ci pensò due volte prima di cantare nella Forza del destino in calendario al Regio subito dopo “Aida”.
Se il pubblico di Parma aveva fatto questo a Bergonzi, non c'era da stare tranquilli. L’esito fu che Corelli rinunciò. Giuseppe Negri, allora direttore del Regio e schietto uomo di teatro, non si perse d’animo. Pregò Bergonzi di accettare il ruolo di Don Alvaro: quella Forza del destino, coronata da incessanti applausi, è stata l’ultima opera interpretata da Carlo Bergonzi a Parma.
«Ho cantato diverse volte La forza del destino - ricorda il tenore -, diretto da bacchette illustri come Serafin, Solti, Gavazzeni, Levine. Nel 1965, con la "Forza", ho inaugurato la stagione lirica della Scala. Questa è un’opera nella quale il tenore, se ne ha i mezzi, può fare bene. Ma per essere un grande Alvaro, ci vuole l’anima di Alvaro, ci vuole qualcosa che è spirito innato e diventa canto, interpretazione». Busseto, o cara: il pensiero di Bergonzi corre sempre là, alla sua terra e alla sua gente.
«Non mi sarei mai aspettato - dice l’artista - di ricevere tanti onori. L’Oscar della lirica a Verona, il Midem Classic Award a Cannes, il Cavalierato di Gran Croce, il Premio Rubinstein; le cittadinanze onorarie di New York, Parma, Bordighera e quella prediletta di Busseto. Non ho mai chiesto nulla, dico grazie a tutti. Ma il mio rammarico è quello di non aver potuto realizzare ciò che veramente desideravo per Busseto: un festival verdiano che avesse inizio ogni anno proprio a Busseto, unica vera culla di Verdi, con una grande opera nel mese di settembre; poi, in ottobre, la messa in scena al Teatro Verdi, per 12 anni consecutivi, di un’opera del Maestro, senza mai ripeterne una. Da Busseto, quindi, il festival si sarebbe irradiato ovunque. Non ce l’ho fatta, mi dispiace. Ma ringrazio di cuore Cavitelli, Meduri e Pini, ex sindaci di Busseto, per avermi sempre sostenuto nelle mie iniziative verdiane. E ai Bussetani tutti dico: "Vi voglio bene!"».

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  • Sergio

    02 Febbraio @ 09.11

    Grande Bergonzi, una delle poche vere glorie di Parma e dell'Italia.

    Rispondi

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