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Temirkanov e Lugansky, incontro straordinario

Temirkanov e Lugansky, incontro straordinario
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 Non sono frequenti le serate in cui sembra di avvertire la musica come qualcosa che vola, impalpabile e avvolgente, come si fosse liberata dalle grinfie dello strumento che da generatore di suoni si trasformi in magico dispensatore di poesia. Il segno del grande interprete sta appunto nella capacità di operare tale trasformazione, si tratti del pianoforte, del violino o quant'altro ma pure di quello strumento ben più complesso che è l’orchestra, come ancora una volta ha saputo mostrarci Temirkanov dirigendo l’orchestra del Regio in un programma di estremo impegno; difficoltà che sono parse sciogliersi sotto la sua guida stimolante, con quella sua inconfondibile “segnaletica”, che ha ottenuto non solo l’ordine e la coesione indispensabili perché il discorso possa organizzarsi logicamente ma pure quella libertà grazie alla quale la musica può prendere il volo. 

Libertà nell’ordine potrebbe essere la cifra sintetica di questo grandissimo direttore, termini resi oltremodo eloquenti in un programma a lui familiare, tutto russo, come quello proposto l’altra sera. Ed è infatti proprio questa appartenenza alla propria cultura la matrice di un’autenticità, di una fedeltà interiore che nella sua visione si traduce in realtà sonora ricreata con quella felicità e quella naturalezza che agiscono da garanzia contro i tanti rischi celati in questa musica, l’enfasi, il colorismo troppo esposto, gli eccessi decadentistici o, per contro, la stilizzazione: il suo Caikovskij ascoltato in altre occasioni è l’esempio assoluto, come esemplare è stato il Rachmaninov del Terzo Concerto realizzato ora in perfetta intesa con un pianista di eccellente caratura quale Nikolai Lugansky; opera fin troppo consumata dal maluso, ancor oggi spesso impiegata come prova di forza per mani d’acciaio, l’altra sera ha ritrovato tutta la sua grandiosa eloquenza e insieme la sua poetica intimità attraverso una visione sinfonica la cui complessità Temirkanov è andato svelando seguendo e animando le imponenti ondate che plasmano l’inquieta struttura ma cogliendo al tempo stesso le inflessioni più segrete, quelle che lasciavano pure intendere con quale organicità il pianoforte - dopo il magico biglietto da visita del tema d’apertura, dal sapore gregorianeggiante  («un tema che si è scritto da sé» diceva Rachmaninov ) - si fa protagonista, con punte di virtuosismo trascendentale rimanendo pur sempre parte integrante di un tessuto così palpitante. Da ciò la necessità di un’intesa che l’altra sera si è rivelata straordinaria: Lugansky ha qualità pianistiche di grande rilievo ma pure una musicalità (è anche raffinato camerista) di cui la sua tecnica smagliante è chiaramente nutrita, nella qualità del suono, nella ariosità del fraseggio, nel modo di articolare certi dettagli. Festeggiatissimo ha offerto ancora una pagina di Rachmaninov, il visionario Preludio in sol diesis, dodicesimo dell’op.32. Altra prospettiva nella seconda parte con i «Quadri» di Musorgskij, pur rimanendo in Russia, una Russia più terrigna rispetto a quella di Rachmaninov che ha un occhio verso occidente, anche se l’orchestrazione di Ravel spoglia non poco la “russicità” che impregna genialmente l’originale pianistico per innescare invece la sfida tecnica, estrema per gli strumentisti quanto per il direttore; sfida che Temirkanov ha gestito con quel segno ineffabile, di rigore e di estro insieme, disegnando ogni quadro secondo il carattere scavato nella materia musicale più che nell’effetto illustrativo e con quell'autorevolezza alla quale i nostri esecutori hanno mostrato ormai una ben apprezzabile aderenza. Serata trionfale, accompagnata dall’augurio e dalla speranza che la presenza di Temirkanov si rinnovi con la stessa felicità. g.p.m.  
 

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