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Teatro al Parco, César Brie: "Do voce a chi non ne ha"

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Francesca Benazzi
Ha rischiato personalmente la vita per raccontare la storia del massacro di un gruppo di contadini in Bolivia: il grande César Brie, maestro di indimenticabili spettacoli come «Iliade» e «Odissea», torna a Parma per mettere in scena un’altra storia dimenticata dal mondo, per dare voce a chi non ha voce, ad altri «desaparecidos», ad altri derelitti, «ai quali - dice il regista e attore argentino già esule negli anni '70 dall’Argentina della dittatura. - sento ogni giorno di più di appartenere».
«Albero senza ombra» - in scena venerdì e sabato alle ore 21 al Teatro al Parco per la stagione di Teatro delle Briciole Solares - è lo spettacolo che segna dopo vent'anni l’addio di César Brie alla Bolivia, dove aveva fondato il mitico Teatro de los Andes.
Com'è stato il percorso che ha portato alla nascita di «Albero senza ombra»?
«Qualche anno fa la situazione politica in Bolivia è precipitata - racconta Brie - Ho assistito a un attacco contro i "campesinos", i contadini, da parte di squadristi: l’ho filmato con la mia piccola telecamera e ne ho fatto un documentario dal titolo "Umiliati e offesi". Questo ha provocato una reazione molto violenta da parte della classe governante della città in cui vivevo, per cui sono diventato "personaggio non grato" nel giro di ventiquattr'ore. Nel frattempo questo ha determinato anche una crisi all’interno del mio teatro. Dopo qualche mese, l’11 settembre 2008, c'è stato un massacro di contadini nella zona della giungla: ho fatto una ricerca, questa volta lunga due anni, e ho portato alla luce molte cose nascoste, che sono diventate un altro documentario, dal titolo "Tahua Manu", dal nome del fiume sulla cui riva è avvenuto questo massacro, nella regione del Pando. Nel frattempo la situazione in Bolivia è diventata più pesante, sono stato anche picchiato e la mia famiglia minacciata di morte, e così ho deciso di venire in Italia e di mettere in scena "Albero senza ombra". Se nel documentario racconto tutti i fatti esattamente come sono avvenuti, nello spettacolo ho cercato di dare un volto, dignità e spazio a queste vittime, di fare poesia».
Lei cita per questo spettacolo il Pasolini della poesia «La terra di lavoro»
«La poesia di Pasolini è per me una guida etica per il mio lavoro. Pasolini guardava i contadini degli anni '50 e parla della sua pietà che è loro nemica perché non cambia niente per loro: ho sentito un forte legame. Anche il mio spettacolo purtroppo non cambia niente nel loro destino»
 Lei però, da solo in scena, dà un volto e una voce a tutte queste persone....
«Ci sono stati 13 morti accertati, più una quarantina di scomparsi senza nome. Nel documentario ho dato volto e storia a ognuno, qui nello spettacolo ho sintetizzato, ho raccontato alcune delle storie. Alcuni sono stati giustiziati, alcuni torturati a morte, altri affogati, ammazzati o lasciati morire negli ospedali, ma più che raccontare la loro morte ho cercato di raccontare la loro storia».
Questo spettacolo ha segnato per lei una svolta, non solo artistica ma anche nella sua stessa vita...
«Sempre i miei spettacoli sono parte di me, cerco sempre di mettere tutto me stesso. "Albero senza ombra" secondo me è incompiuto rispetto ad altri perché è nato da un’urgenza, però fa parte del mio addio alla Bolivia dopo vent'anni. Non so se ora resterò qui in Italia o se tornerò in Argentina, deciderò con la mia famiglia. Intanto il Teatro de los Andes continuerà senza di me: la mia creatura ora ha vita propria».
Biglietti: Teatro al Parco e Libreria Feltrinelli di Strada Repubblica. Info: tel. 0521992044.

 
 

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