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I batteri dell'illegalità nel latte andato a male

I batteri dell'illegalità nel latte andato a male
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di Filiberto Molossi
Non so voi, ma io da questo film mi sento rappresentato. E rassicurato, anche. Perché nell'invasione (barbarica?) dei manuali d'amore, dei maschi e delle femmine, degli Zalone e degli Albanese, mi fa piacere sapere che in Italia c'è ancora posto per un cinema così, che alle rose preferisce le spine, che cerca guai, che pesca nel torbido interrogando la realtà senza pretendere di sapere in anticipo le risposte. E' un bel film «Il gioiellino» - di cui ci siamo già ampiamente occupati sulla Gazzetta di mercoledì scorso, in occasione dell'anteprima romana - e lo è soprattutto perché usa il crac Parmalat, quell'emblematica caduta libera, per raccontare un presente (e un Paese ben più grande di Collecchio) dove «ognuno vuole la sua fetta e il piatto resta vuoto» e in cui «a nessuno conviene accorgersi di niente».  Un tessuto melmoso nel quale crescono e si riproducono i batteri dell'illegalità, laddove è più stridente la paradossale schizofrenia dell'essere e dell'apparire: i valori ostentati ma esclusivamente di facciata, la fede esibita, il perbenismo colluso di un capitalismo in apparenza etico e invece mascherato, fasullo, famelico, cialtrone. Che al silenzio dell'eutanasia  preferisce il clamore del crollo. Non sono solo i Tanzi e i Tonna (a loro hanno già pensato i giudici) ad  andare alla sbarra, stavolta: ma un intero sistema e la sua deriva anche morale. Quell'intreccio guasto (come il latte andato a male) tra poteri  forti (i ricatti delle banche, la complicità dei politici, le mazzette ai finanzieri, l'approvazione della chiesa), terreno fertile per un crac che è stato ieri ma che potrebbe essere anche domani. 
Ritratto amaro e in controluce del provincialismo (e della provincia), «Il gioiellino» racconta ascesa e disastro della Leda, una multinazionale del latte, attraverso tre personaggi principali: il patron che si è fatto da solo,  il decisionista e brusco direttore finanziario e la nipote del primo. Forte di interpreti molto azzeccati e in palla (in particolare Servillo, monumentale nel dare spessore con un niente a un manager che nella solitudine della sua casa indossa il maglione aziendale e quando dorme digrigna i denti...), il film di Molaioli («La ragazza del lago») recupera con umiltà la lezione dei Petri e dei Rosi, non disdegnando qualche tocco grottesco alla Ferreri, sposando un rigore anche stilistico che è la cifra stessa di un cinema che non cambia i connotati alla realtà con il bianchetto.

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  • andrea

    07 Marzo @ 09.25

    Il film mi ha conquistato.sa raccontare gli imbrogli di una provincia dalla mentalità molto borghese e falsa che riesce a rovinare tanta gente.Leggevo in un altro articolo che non ha conquistato i parmigiani e forse chi abita nel mondo delle apparenze ma ad interpretare i personaggi ci sono valenti attori,lo straordinario napoletano Toni Servillo e il bravissimo Remo Girone,che hanno reso egregiamente l'idea dei Falsi valori quelli che dovrebbero inquietare e angosciare le città dove sembra vivere "una vita tranquilla"

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