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Franco Nero: «Vado via perchè farò un western senza spaghetti»

Franco Nero: «Vado via perchè farò un western senza spaghetti»
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di Chiara Cabassi

Franco Nero ha girato in 40 paesi diversi. Un volto esportabilissimo, al contrario di Mastroianni, Sordi, Tognazzi, grazie agli occhi e ai lineamenti tra Paul Newman e Clint Eastwood. Diventato un divo a cavallo in «Django», l’anno successivo, il '67, è Lancillotto. Vanessa Redgrave è Ginevra. Si riguardano nello stesso modo un anno fa. In «Letters to Juliet» girato a Verona con un budget importante. Sul finale è lei che arriva a cavallo verso l’amore ritrovato dopo quasi una vita. Attore dai tanti caratteri, che ha attraversato il cinema tra western, kung fu e ruoli impegnati che spesso hanno avuto come sfondo la nostra storia: Valerio, il partigiano giustiziere del Duce, l’antifascista Matteotti, il capitano dei carabinieri ne «Il giorno della civetta», e poi maggiore nel racconto della fuga del re nel' 43, il giovane Toscanini, avvocato di camorra ne «I guappi» di Squittieri. Tutti sono più di 180. Trenta in più degli anni dell’Italia. Proprio per il 150° dell'Unità non si può non ricordare il suo efficace Garibaldi nella miniserie televisiva di Luigi Magni dell’87. Garibaldi eroe adorato dal popolo e dall’esercito, ma battuto dai giochi di palazzo.
E’ ancora così che lo immagina?
«Sì, se tornassi indietro lo rifarei così - risponde il grande attore nativo di San Prospero - ero molto eccitato all’idea di impersonare Garibaldi e ricordo quel film come un periodo favoloso per il clima che riuscì a creare Gigi Magni. Ma fu anche impegnativo. Le riprese si svolsero tra la Jugoslavia, Caserta e Torino. E un po' di tormento me lo diedero i sigari toscani che dovevo tenere tra le labbra, io praticamente non fumo. Tra l'altro 'Il Generale' ha appena riscosso molto successo alla sesta edizione del Los Angeles al Film Fashion Art Italian Festival di cui sono tra gli organizzatori. E’ una rassegna che si tiene la settimana prima degli Oscar, nello stesso teatro cinese di Hollywood Boulevard. Garibaldi è mito anche all’estero. Lo storico inglese Taylor lo definì 'la più mirabile figura della storia moderna'. Quella serie ha avuto molto seguito anche in Germania, in Sud America e in altri Paesi. La prima si tenne al Quirinale con Cossiga, Craxi e Spadolini. Mi nominarono commendatore dopo quell'interpretazione».
In aprile uscirà il film sul santo-demonio Rasputin, Nero sarà il narratore. Pronto anche «Father» di Squitieri. E da Los Angeles durante gli incontri del Festival è trapelata la notizia di ritorno ad un genere che gli appartiene: il western.
«Sì, il progetto è sempre più vicino. Ho raccolto le adesioni di tanti colleghi. Il più entusiasta è Tarantino. Vuole che lo uccida. Lui sarà un bandito e io lo ucciderò sparando monete d’oro. Gireremo in America. Il cinema in Italia ha la febbre. Non lo dico per me, che ho appena lavorato in Germania e sto partendo per il Brasile, ma il cinema che ho conosciuto io era un’industria vera, una risorsa per il Paese. Adesso non si fanno film, non ci sono più i produttori che, come negli anni '60-'70, i proventi li investivano nei film di Fellini e di Petri. I pochi film che si fanno sono prevalentemente comici. Dove c'è cultura c'è difficoltà nel nostro Paese. Per le cose frivole invece sono tutti in prima fila».
 A Venezia, in un’intervista, Tarantino ha detto che ciò che gli piace del cinema italiano è Franco Nero. E se Franco Nero dovesse scegliere nel cinema italiano pensando alla sua storia, che è lo specchio di questo un paese arrivato al secolo e mezzo?
«Come attore mi sento vicino a Django. Chi non l’ha visto della mia generazione? E a 'Confessione di un commissario' che è anche il film italiano che ha venduto di più di tutti i tempi. Ma tutto il mondo ha copiato dal nostro neorealismo. E poi direi i film di Bellocchio, ad esempio la sua 'Marcia trionfale'». E in marcia ci sarà ancora, in tante occasioni, il suo Garibaldi, proposto in Italia e all’estero, nelle iniziative che racconteranno come è stata fatta l’Italia.

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