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Un bel "Gioiellino", ma Parma lo snobba

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Lisa Oppici

«Questo è un film: non è mai voluto essere un manifesto. Ed è un racconto che nelle nostre intenzioni vorrebbe andare al di là del caso specifico». Il film è «Il gioiellino» di Andrea Molaioli, e il caso specifico è il crac Parmalat, al quale «Il gioiellino» s'ispira. Non è, quella dell’azienda di Collecchio, l’unica fonte d’ispirazione, ma certo è la principale, quella cui più si è fatto riferimento anche in fase di documentazione e di stesura. «Avevamo cominciato a interessarci a processi finanziari abbastanza inquietanti, per cercare di capirci qualcosa di più. Abbiamo iniziato a leggere, a raccogliere materiali... Abbiamo anche assistito a una seduta del processo Parmalat a Milano: proprio quel giorno ci siamo detti: perché non partire da qui? Così abbiamo incontrato anche Tonna, Gorreri e Del Soldato. Tonna ci disse: “A chi volete che interessi un film sulla Parmalat?”».
Ecco dunque la genesi del «Gioiellino», che Molaioli l’altra sera ha raccontato all’Astra. Insieme a lui, in un incontro moderato dal giornalista della «Gazzetta» Filiberto Molossi, la produttrice del film Francesca Cima, la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi e il legale della Confconsumatori Giovanni Franchi. Tante le domande dal pubblico, forse meno numeroso di quanto ci si sarebbe attesi: «Sì, me ne aspettavo di più. E mi aspettavo - ha detto il regista - che ci fosse una sorta di elaborazione del lutto, sempre che di lutto si tratti». Film difficile, engagé, per Molaioli, chiamato alla prova del nove dopo «La ragazza del lago». «Certo sarebbe stato più facile darsi alle mode del momento, sarebbe stato più facile fare "La ragazza del fiume". Invece scegliamo storie che ci interessa raccontare», ha spiegato la produttrice Francesca Cima.
E questa storia, che parte da Collecchio, non si ferma lì: diventa paradigmatica. «Ci sembrava che ci fossero elementi molto interessanti da raccontare - ha osservato Ludovica Rampoldi - come emblema di un carattere e di un modo di fare economia e finanza. Di questo caso ci ha colpito l’aspetto "antropologico", una sintesi interessante tra arcaico e moderno: da un lato un’azienda gestita come un salumificio anni Cinquanta, con un padre padrone che decide tutto, e dall’altro una multinazionale in continua espansione con una gestione finanziaria spericolata. E poi ci ha colpito la cialtroneria: si è tenuta in scacco la finanza di mezzo mondo con scanner e bianchetto...». «Il nostro intento - ha aggiunto Molaioli - era cercare di costruire una storia e personaggi che fossero umanamente credibili, senza manicheismi. Ci interessava raccontare l’ambiguità e far capire come un imprenditore dall’aspetto bonario e confortante possa tramutarsi in un mostro: uno che con pochi scrupoli può mettere sul lastrico diverse migliaia di famiglie, perché non pensa che dietro gli investitori ci siano persone in carne e ossa. Ci interessava raccontare la serenità con cui può essere perpetrata la truffa in nome del mantenimento dell’azienda, come segno della propria potenza. E ci premeva raccontare l’ambiente melmoso dentro il quale la truffa poteva essere perpetrata». Al dibattito ha partecipato, come detto, il legale di Confconsumatori Giovanni Franchi, che il caso Parmalat continua a seguirlo molto da vicino: «Un bellissimo film, pur non essendo un documentario. Se lo fosse stato - ha detto - ci sarebbe stato da parlare del vero responsabile di tutto: le banche».

 

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  • sabcarrera

    14 Marzo @ 16.30

    inviato da francesco "come si chiama vendere quel che non ti puoi permettere ?" --- Dipende. Se vendo una Ferrari che non mi posso permttere è parsimonia.

    Rispondi

  • sabcarrera

    14 Marzo @ 11.07

    Non capisco cosa c'entra l'ipocrisia.

    Rispondi

    • francesco brundo

      14 Marzo @ 14.57

      come si chiama vendere quel che non ti puoi permettere ? sincerità ?

      Rispondi

  • luli

    14 Marzo @ 10.07

    Beh, che i parmigiani non lo vogliano vedere perchè genererebbe un esame di coscienza impegnativo, forse sì, ma se si guarda agli incassi sul territorio nazionale e al numero di sale in cui era presente il primo weekend e poi quelle del secondo si capisce che non è solo parma a snobbarlo! Ma come già ho detto in precedenza, a chi interessa un film sulla Parmalat, costruito su pettegolezzi di paese e storie giornalistiche???? Se desse risposte e fosse un documentario allora sì, ma cosa facesse Tonna quando si arrabbiava non è certo qualcosa su scrivere una sceneggiatura!

    Rispondi

  • francesco brundo

    14 Marzo @ 03.16

    un film sull'ipocrisia e sul modo di vivere ipocritamente a parma, nessuno vuol guardarsi allo specchio !

    Rispondi

  • Alex68

    13 Marzo @ 19.12

    Io e mia moglie abbiamo visto il film..ci è piaciuto...lo consigliamo....rappresenta chiaramente la vicenda Parmalat. Non avevo nessun dubbio che il parmigiano snob preferisse altro. Meglio poter continuare a credere di vivere in un mondo superiore.

    Rispondi

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