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Horovitz e l'arte di portare il pubblico altrove

Horovitz e l'arte di portare il pubblico altrove
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Francesca Benazzi
Ho scritto il mio primo testo teatrale a 17 anni: così ho scoperto di essere un drammaturgo, ho capito chi ero. Adesso di anni ne  ho 72, ma sono più eccitato a scrivere un dramma oggi che allora. Questa è una grande fortuna».  Parola di Israel Horovitz, uno dei più grandi autori contemporanei americani, tradotto e rappresentato in tutto il mondo, che si è raccontato giovedì in un incontro con il pubblico a Teatro Due (dove proseguono fino al 31 le repliche del suo «La fila»/ «Line», a cura di Walter Le  Moli).
Gli inizi del suo percorso artistico, l’incontro folgorante divenuto poi lunga amicizia con Samuel Beckett, il  legame con Eugène Ionesco, il rapporto con le messe in scena dei suoi testi sui palcoscenici di tutto il mondo: Horovitz ha incantato il pubblico con la semplicità dei grandi maestri unita al gusto per gli aneddoti più divertenti.  Nell’introdurlo il direttore artistico di Teatro Due Paola Donati  ha ripercorso la sua lunga carriera d’autore tra cinema (dove è stato pluripremiato sceneggiatore con film come «Fragole e sangue», «Sunshine», «Author! Author!» con Al Pacino) e  teatro (dove ha scritto più di 70 drammi tradotti in oltre 30 lingue,  tra cui «Line», il suo testo più rappresentato al mondo, dal 1975  ininterrottamente in scena a New York, interpretato tra gli altri da John Cazale e Richard Dreyfuss).  Horovitz ha raccontato del suo primo indelebile incontro con la scena, quando a 12 anni, portato a teatro dai genitori, si rese conto «che esisteva un’attività come la drammaturgia, che poteva trasportare gli spettatori altrove». Più tardi,  nel ’68 a Parigi, l’amicizia con Beckett significò per lui «la porta aperta verso quel mondo nel quale volevo vivere».  Horovitz ricorda che lo sorprese «la sua integrità  come artista, che per me era più importante di quello che scriveva. Ho imparato da lui che ciò di cui le persone hanno bisogno non sempre coincide con ciò che vogliono: quello che interessa al pubblico a volte non è nell’interesse del pubblico».  Da Beckett, come da Ionesco, che si sono appassionati a lui quando  era ancora un giovane autore, Horovitz ha imparato a sua volta  ad avere a cuore  il lavoro delle nuove generazioni. E su «Line», in scena  in questi giorni nella nuova produzione di Teatro Due che Horovitz ha definito «splendida», ha commentato: «L’ho scritto 40 anni fa e non riesco a immaginare quante volte l’ho visto in scena e in quante lingue: solo quest’anno ho seguito la sua tournée in Africa, Argentina e Australia. Non so perché abbia un tale successo, ma sono contento di averlo scritto». In fondo, ha concluso il drammaturgo, «come autori abbiamo una responsabilità, ma credo sia importante anche far ridere. Se le persone non ridono mai non si possono rendere conto di quanto sia seria la situazione».

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