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The Wall Live, il riallestimento. E la leggenda prende forma

The Wall Live, il riallestimento. E la leggenda prende forma
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Paride Sannelli
Quando la leggenda prende forma, il sogno si realizza, c’è sempre il timore che appaia meno efficace di come ce lo siamo rappresentato fino a quel momento.
Ma i sei «sold out» messi a segno al Forum di Assago da «The wall live», riallestimento dello show-capolavoro dei Pink Floyd nel trentennale dell’omonimo tour, dimostra che i fans del bassista di Cambridge non temono il paragone. Centodiciassette concerti in ventidue nazioni, accompagnato da una band di sei elementi e da cinque coristi, sono la sfida raccolta da Waters con questo primo riallestimento integrale dell’opera dai tempi dello storico concerto berlinese a Postdamer Platz nel ’90 appena documentato dal fotografo Bruno Marzi nel volume «The wall live - Il suono della storia». Bastava vederlo ieri sera nel primo dei sei spettacoli in cartellone (si replica stasera, lunedi e martedì prossimi, ma anche il 6 e 7 luglio) il popolo del «Muro» sbracciarsi ai piedi dell’enorme palco dominato dallo schermo circolare dei Floyd che man mano scompare dietro ai mattoni di una scenografia da 60 milioni di dollari in cui trovano posto pure i giganteschi pupazzi gonfiabili di Richard Scarfee alti dieci metri mossi da fili come ipetrofiche marionette.
  «In the flesh?» è un colpo di rasoio, che accoglie in scena Roger coi pugni incrociati davanti al viso come il Bob Geldof del film di Alan Parker. E il boato dello Stukas in picchiata su cui si chiude la canzone è lo stesso che una mattina del gennaio '44 s'è portato via suo padre Eric Fletcher Waters  sulla spiaggia di Anzio. La storia di «The wall» parte da lontano, nel ’77, durante l’ultima tappa di «Pink Floyd: in the flesh», il tour dell’album «Animals», allo Stadio Olimpico di Montreal. E fu lì che Waters si rese conto di non farcela più a vedere l’intimismo delle sue canzoni trasformato «in un circo e in un rituale insensato». Improvvisamente sentì fra lui e il pubblico una barriera insuperabile e accecato dall’ira sputò in faccia ad un fan delle prime file. Come ebbe a dichiarare poi, nella sua mente «il rock stava diventando avidità camuffata da intrattenimento, così come la guerra è diventata avidità camuffata da politica». Da qui la sovrapposizione dei due piani intellettuali in uno psicodramma autobiografico. Durissimo  «j'accuse» pacifista.
 Waters punta il dito in primis sullo star system della musica, fascistizzato in un’orda di camicie nere su cui durante «Run like hell» vola un maiale aerostatico con gli occhi fiammeggianti e la cotica ricoperta di scritte minacciose. L’unica via d’uscita dal labirinto che ti costruisce attorno la vita della rockstar è la follia. Quella scelta da pupazzo di pezza rosa poggiato in un angolo del palco, o da Syd Barrett, che poi forse sono la stessa cosa. E nel finale, quando l’odiata cortina crolla sugli ultimi accordi di «The trial» rimangono solo un paio di cumuli sbrecciati su cui le immagini di un bimbo palestinese e una bambina ebrea tornano finalmente a sorridere.
 Era dai tempi del riallestimento berlinese che Waters provava a rigiocare la carta di questa sua rock opera divenuta un successo da trenta milioni di album venduti trovando posto fra i 30 best-seller di tutti i tempi. «Per il ventennale avevo pensato ad un allestimento in un forte luogo simbolico come Wall Street, ma gli aspiranti produttori mi dissero che ero matto e allora pensai al Gran Canyon.
La Coca Cola si fece avanti come unico sponsor e fui felice della proposta. Poi però mi venni a sapere che lo show sarebbe stato aperto solo ai vincitori di un concorso della multinazionale di Atlanta, mandai tutto all’aria».

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  • Federica

    04 Luglio @ 17.45

    Sono andata ieri sera a vederlo e non posso non confermare il 10 e lode e altro, se fosse possibile! Chiamarlo "concerto" è riduttivo: è un CAPOLAVORO spettacolare! E' stata un'esperienza indimenticabile, un'emozione fortissima, davvero uno spettacolo meraviglioso! Con un Roger Waters dalla voce strepitosa e un'energia contagiosa. Pelle d'oca.

    Rispondi

  • edo

    02 Aprile @ 14.14

    Vorrei ringraziare Roger Waters per aver riportato in scena The Wall; nel 1980/81 mi ero perso lo show ed ho dovuto aspettare 30 anni per vederlo. L'attesa è stata ripagata da un concerto meraviglioso, molto attuale ed assolutamente non nostalgico. Voto: 10 e lode.

    Rispondi

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