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Film recensioni - L'altra verità

Film recensioni - L'altra verità
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Filiberto Molossi
«A Baghdad tutto è possibile». Il più arrabbiato dei registi d’Europa percorre la strada più pericolosa del mondo: per svelare, in una Liverpool grigia e dolente, il gioco sporco della «sporca guerra». Il veterano Ken Loach, spina nel fianco della borghesia narcotizzata, dopo la parentesi agrodolce del riuscito quanto sottovalutato «Il mio amico Eric», marcia nel fango dell’orrore iracheno, conflitto globale che esporta lutti e ferite, là dove, come in maniera illuminante scrisse Levi ne «La tregua», «la guerra è sempre», anche quando i cannoni sembrano tacere. Tra finto documentario e cinema d’inchiesta, un film brusco e furioso che sposa temi e toni da tragedia classica, accecando l’«eroe» di un’epoca senza eroi con l’inganno sordido della vendetta, per spingerlo nel tunnel senza uscita e senza ritorno di quello che è o, meglio, che è diventato, illuso sopravvissuto di una barbara umanità, figlio illegittimo e triturato di un oggi privo di domani. E di lieto fine. Duro, tormentato, amarissimo, «L'altra verità» fa suo il dramma dei «contractors», soldati senza divisa nell’inferno mercenario dell’Iraq (ricordate Fabrizio Quattrocchi, il genovese che prima di essere giustiziato disse ai suoi carnefici «adesso vi faccio vedere come muore un italiano»? Ecco), per rendere emblematica (e trasversale) una storia coltivata con i semi dell’odio. Quella di Fergus, a cui tocca piangere l’amico Frankie, tornato dall’Iraq in una bara. Massacrato a Baghdad, sulla Route Irish, la strada che dall’aeroporto conduce nella green zone: terra di nessuno dove attentati e scontri a fuoco sono all’ordine del giorno. Ma davvero Frankie era nel posto sbagliato al momento sbagliato? O piuttosto la sua morte nasconde qualcos'altro? Fergus non avrà pace finché non l’avrà scoperto... Costruito come un’indagine, fedele all’ottica crudele di una guerra che più che in ogni altro luogo è dentro di noi, «L'altra verità» sbuccia le ginocchia dell’impegno civile grattando via le croste del rancore: ne esce un film forte, anche se più commerciale e schematico rispetto ai capolavori dell’autore di «Piovono pietre» che qui indulge a volte nella spettacolarizzazione, caricando inoltre molto il finale. Ma lo sguardo verso la politica, gli interessi di chi fa e farà sempre soldi con il sangue degli altri, i soprusi e le conseguenze della crisi resta netto e implacabile: ed è la firma in calce di un cineasta che non riesce, non può e non vuole riconciliarsi con il mondo in cui vive. 
 

Giudizio: 3/5

REGIA: KEN LOACH
SCENEGGIATURA: PAUL LAVERTY
INTERPRETI: MARK WOMACK, ANDREA LOWE, JOHN BISHOP, GEOFF BELL, TALÒIB RASOOL
GENERE: DRAMMATICO GB/FRA/ITA/BEL/SPA 2010, COLORE, 1 H E 49'
DOVE: D’AZEGLIO
 

 

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